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giugno 05, 2009 by
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Come ogni anno i mesi che precedono l’estate sono quelli in cui si concentrano la maggior parte degli sforzi per cercare di ritrovare la linea in vista della prova costume.
Si inizia a eliminare i carboidrati (specialmente pane e pasta), i dolci, i grassi; e magari si prosegue iscrivendosi in palestra oppure correndo al parco vicino casa. Obiettivo: eliminare i chili di troppo. Nulla di male in questo se non fosse che la concentrazione degli sforzi in poco tempo non può che portare frutti effimeri rispetto a un atteggiamento costante e continuativo nel corso di tutto l’anno.
In ogni caso, tra le ultime scoperte riguardanti la perdita di peso ce ne è una che sembra possa dare conforto a chi soffre particolarmente nel ridurre le proprie razioni di cibo a tavola. Secondo uno studio pubblicato su “New scientist”, un gruppo di ricercatori britannici, coordinato da Suzanne Higgs dell’università di Birmingham, ha dimostrato che ricordare nitidamente quel che si è mangiato nel pasto precedente riesce a ridurre l’appetito e il desiderio di mangiare. E nel momento in cui si è a tavola la concentrazione sul piatto che si sta mangiando (magari evitando di guardare la tv), può aiutare ad aumentare il nostro senso di sazietà.
Dall’Australia invece arrivano buone notizie per coloro che desiderano perdere peso senza rinunciare ai piaceri della buona tavola: un gruppo di ricercatori sostiene infatti che si possa dimagrire senza toccare le calorie. “Basta” manipolare le cellule grasse, per accelerarne il metabolismo.
Una ricerca pubblicata su “Pnas” potrebbe invece incoraggiare la produzione di farmaci per bruciare i grassi e aiutare a combattere il diabete. Lo studio ha dimostrato che i topi a cui era stato rimosso l’Ace (enzima di conversione dell’angiotensina), divenivano il 20% più leggeri dei loro compagni avendo fino al 60% in meno di grasso corporeo.
Attualmente esistono già farmaci che bloccano l’azione dell’Ace nell’uomo e vengono usati per combattere l’ipertensione. Quest’ultima ricerca potrebbe favorire la messa a punto di pillole per perdere peso senza troppe rinunce.
Bisognerà capire se uomini e topi reagiranno alla stessa maniera.
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Peso Ideale
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giugno 05, 2009 by
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Succede spesso di sentire parlare di persone che hanno come atteggiamento verso i propri sentimenti il “tenere tutto dentro” e che hanno l’impressione che prima o poi scoppieranno. Questo tipo di relazione con le emozioni rispecchia in realtà una dimensione molto diffusa nella nostra cultura che ci insegna ad essere diffidenti verso le nostre emozioni: ad avere paura di sentirne anche l’odore. Se siamo persuasi che la semplice logica razionale determina le “faccende della vita” è certo che commettiamo un errore imperdonabile: come può la logica indurre ad un’amicizia, o ad un matrimonio, ma perfino alla scelta di un lavoro; ciò che segna la vita di un uomo non può che appartenere ad una dimensione emotiva. Uno stereotipo presente nella nostra cultura coincide con l’idea che ci sono le emozioni buone e le emozioni cattive; che se uno prova rabbia o tristezza allora c’è qualcosa che non va, che non funziona: ecco allora che si corre ai ripari.
Il controllo, il corazzarsi dietro la razionalità o l’evitare i turbamenti diventano gli strumenti per poter far fronte alla propria dimensione emotiva: quando siamo troppo indaffarati a difenderci dagli altri, o a cercare di risultare inattaccabili è come se ci impedissimo di ascoltare realmente ciò che siamo e di sviluppare i rapporti con gli altri.
Una analisi molto interessante di questa modalità fu evidenziata da W. Reich che indicò con il termine “corazza caratteriale” il processo attraverso cui l’individuo si autoreprimeva nell’espressione della propria emotività. Ma quali sono i motivi che portano una persona ad indossare una corazza? Molto frequentemente accade che chi si trincera dietro la forza di carattere adotti come atteggiamento mentale la rinuncia, se non addirittura la negazione dei propri desideri, sia nella sfera affettiva che sociale. Si può dire che vi è una paura dell’esuberanza e della creatività che viene tagliata fuori dalla propria esistenza attraverso un ipercontrollo ad opera di una ipertrofia dell’Io. Certamente il tentativo di controllare diviene centrale.
Tuttavia bisogna ricordare che Il bisogno di controllo è sempre collegato al bisogno di potere; ma esso non può essere veramente compreso se non si capisce fino a che livello sia presente il terrore della dimensione emotiva. L’autodisciplina in questi casi diviene allora un valore idealizzato che sottende la paura della perdita del controllo ed impedisce il flusso dell’esperienza. Spesse volte “un trucco” utilizzato per difendersi dalle emozioni risiede nella razionalità, cioè lo spostare ogni discorso emotivo su un tono logico. La razionalità “salva” letteralmente l’individuo dal prendere contatto con quel tipo di emozioni che lo terrorizzano a tal punto che diventa un vero e proprio modo di vivere se stessi e gli altri; ma rappresenta una salvezza apparente, poiché tutto questo porta sempre di più ad allontanarsi dal nutrimento che sostiene la propria individualità, e a separarsi dalla vita stessa. L’approccio razionale fa sì che la persona si ritrovi ad evitare il coinvolgimento emotivo, sostenendo ogni discorso sulla base del ragionamento logico.
Molti ricorderanno il celebre finale di “Gli uomini preferiscono le bionde”, in cui Marilyn Monroe convinceva il padre del suo fidanzato miliardario non solo a non opporsi alle loro nozze ma anche a non giudicare scorretto il suo interesse per i soldi di lui. Il futuro suocero si trova nell’impossibilità di obiettare contro questa logica stringente, che riconosce essere tanto coerente quanto realistica; e questo perché ogni considerazione dell’aspetto emotivo è completamente assente; ciò che entra in campo sono elementi di carattere razionale e nessuno spazio viene dato all’importanza dei sentimenti nella scelta del futuro compagno. Sta in questo la forza delle posizioni rigidamente razionali: nella loro apparente inattaccabilità. Questo atteggiamento viene ricercato da chi sente la necessità di distaccarsi dal mondo dei sentimenti, nel tentativo di cercare di rimanere ancorati ad una realtà lucida e prevedibile.
Se si rimane intrappolati nell’idea che le emozioni siano uno scarto dalla normalità razionale, diventa automatica la convinzione di doverle nascondere o buttarle fuori proprio come scarto, come pattumiera inutile ed ingombrante. Eliminare la sfera emotiva comporta, però la perdita di contatto con il piacere e con la propria creatività. Accettare la coesistenza di dimensioni che sembrano opposte ma che, in realtà sono complementari, ridona all’individuo la complessità della vita. Allora si abbandona l’illusione di poter classificare la realtà attraverso facili distinzioni: il pensiero dall’emozione, la forza dalla debolezza, cioè polarità rassicuranti. Se la dimensione intellettuale non viene calibrata attraverso la dimensione emotiva, la realtà relazionale viene svuotata di significato e si perde quella curiosità essenziale per poter arricchire la propria vita. Il noto artista olandese Escher doveva avere in mente qualcosa del genere quando affermò che lo stupore, era “il sale della terra.
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