Benessere e Salute a portata di Click

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Il rapporto con le emozioni, le emozioni nei rapporti 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

Succede spesso di sentire parlare di persone che hanno come atteggiamento verso i propri sentimenti il “tenere tutto dentro” e che hanno l’impressione che prima o poi scoppieranno. Questo tipo di relazione con le emozioni rispecchia in realtà una dimensione molto diffusa nella nostra cultura che ci insegna ad essere diffidenti verso le nostre emozioni: ad avere paura di sentirne anche l’odore. Se siamo persuasi che la semplice logica razionale determina le “faccende della vita” è certo che commettiamo un errore imperdonabile: come può la logica indurre ad un’amicizia, o ad un matrimonio, ma perfino alla scelta di un lavoro; ciò che segna la vita di un uomo non può che appartenere ad una dimensione emotiva. Uno stereotipo presente nella nostra cultura coincide con l’idea che ci sono le emozioni buone e le emozioni cattive; che se uno prova rabbia o tristezza allora c’è qualcosa che non va, che non funziona: ecco allora che si corre ai ripari.

Il controllo, il corazzarsi dietro la razionalità o l’evitare i turbamenti diventano gli strumenti per poter far fronte alla propria dimensione emotiva: quando siamo troppo indaffarati a difenderci dagli altri, o a cercare di risultare inattaccabili è come se ci impedissimo di ascoltare realmente ciò che siamo e di sviluppare i rapporti con gli altri.

Una analisi molto interessante di questa modalità fu evidenziata da W. Reich che indicò con il termine “corazza caratteriale” il processo attraverso cui l’individuo si autoreprimeva nell’espressione della propria emotività. Ma quali sono i motivi che portano una persona ad indossare una corazza? Molto frequentemente accade che chi si trincera dietro la forza di carattere adotti come atteggiamento mentale la rinuncia, se non addirittura la negazione dei propri desideri, sia nella sfera affettiva che sociale. Si può dire che vi è una paura dell’esuberanza e della creatività che viene tagliata fuori dalla propria esistenza attraverso un ipercontrollo ad opera di una ipertrofia dell’Io. Certamente il tentativo di controllare diviene centrale.

Tuttavia bisogna ricordare che Il bisogno di controllo è sempre collegato al bisogno di potere; ma esso non può essere veramente compreso se non si capisce fino a che livello sia presente il terrore della dimensione emotiva. L’autodisciplina in questi casi diviene allora un valore idealizzato che sottende la paura della perdita del controllo ed impedisce il flusso dell’esperienza. Spesse volte “un trucco” utilizzato per difendersi dalle emozioni risiede nella razionalità, cioè lo spostare ogni discorso emotivo su un tono logico. La razionalità “salva” letteralmente l’individuo dal prendere contatto con quel tipo di emozioni che lo terrorizzano a tal punto che diventa un vero e proprio modo di vivere se stessi e gli altri; ma rappresenta una salvezza apparente, poiché tutto questo porta sempre di più ad allontanarsi dal nutrimento che sostiene la propria individualità, e a separarsi dalla vita stessa. L’approccio razionale fa sì che la persona si ritrovi ad evitare il coinvolgimento emotivo, sostenendo ogni discorso sulla base del ragionamento logico.

Molti ricorderanno il celebre finale di “Gli uomini preferiscono le bionde”, in cui Marilyn Monroe convinceva il padre del suo fidanzato miliardario non solo a non opporsi alle loro nozze ma anche a non giudicare scorretto il suo interesse per i soldi di lui. Il futuro suocero si trova nell’impossibilità di obiettare contro questa logica stringente, che riconosce essere tanto coerente quanto realistica; e questo perché ogni considerazione dell’aspetto emotivo è completamente assente; ciò che entra in campo sono elementi di carattere razionale e nessuno spazio viene dato all’importanza dei sentimenti nella scelta del futuro compagno. Sta in questo la forza delle posizioni rigidamente razionali: nella loro apparente inattaccabilità. Questo atteggiamento viene ricercato da chi sente la necessità di distaccarsi dal mondo dei sentimenti, nel tentativo di cercare di rimanere ancorati ad una realtà lucida e prevedibile.

Se si rimane intrappolati nell’idea che le emozioni siano uno scarto dalla normalità razionale, diventa automatica la convinzione di doverle nascondere o buttarle fuori proprio come scarto, come pattumiera inutile ed ingombrante. Eliminare la sfera emotiva comporta, però la perdita di contatto con il piacere e con la propria creatività. Accettare la coesistenza di dimensioni che sembrano opposte ma che, in realtà sono complementari, ridona all’individuo la complessità della vita. Allora si abbandona l’illusione di poter classificare la realtà attraverso facili distinzioni: il pensiero dall’emozione, la forza dalla debolezza, cioè polarità rassicuranti. Se la dimensione intellettuale non viene calibrata attraverso la dimensione emotiva, la realtà relazionale viene svuotata di significato e si perde quella curiosità essenziale per poter arricchire la propria vita. Il noto artista olandese Escher doveva avere in mente qualcosa del genere quando affermò che lo stupore, era “il sale della terra.

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L’intimità con se stessi 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

L’intimità condivisa con l’altro può essere raggiunta solo se si riesce ad approdare ad un’intimità con se stessi. Ciò dipende dalla considerazione che non si può offrire all’altro qualcosa che non si concede a se stessi; sarebbe come pensare di far entrare un ospite in una camera di cui non si possiede la chiave. Poter abbracciare la propria esistenza, poter contenere dentro di sé le proprie emozioni senza doverle “agire” all’esterno vuol dire poter dialogare con se stessi senza essere terrorizzati dai propri pensieri o dai propri sentimenti. Quante volte, purtroppo, capita di sentir dire affermazioni del tipo “Finché lavoro tutto bene, i problemi nascono quando mi fermo e mi frullano certi pensieri”, e anche “Quando provo determinate emozioni mi sento arrabbiato con me stesso per il fatto di non esser riuscito ad eliminarle”. Certamente quando si ritiene inammissibile provare o pensare “certe brutte cose” stiamo comportandoci con noi stessi come un genitore disapprovante che punisce il figlio perché piange o si sente arrabbiato.

Ecco quello che Cesare Musatti, psicologo e psicoanalista italiano, afferma:

“Già questa è la complicazione della psiche umana. Uno diventa adulto. Muta le proprie opinioni. Accetta le esigenze che si fanno sentire col maturare del proprio corpo e del proprio spirito, e poi, come un bambino piccino, ha bisogno della mamma che lo protegga dai cattivi pensieri. Sappiamo che i pensieri non sono né buoni né cattivi, che il nostro intelletto ci indica le vie da percorrere, e che d’altra parte ci sono molti modi di vedere e di giudicare le cose. Comunque, di noi stessi non dovremmo mai avere paura, perché proprio noi regoliamo la nostra condotta: in bene e in male. Tutt’al più possiamo essere più o meno soddisfatti di noi stessi. Non dovremmo avere paura, perché non ci portiamo dietro la mamma o il papà, o il Maestro, con la emme grande: che ci sorvegli, ci castighi e ci minacci. Di chi allora hai paura?”

Con se stessi si dovrebbe cercare sempre di essere comprensivi, perché non è mettendosi sul banco dei colpevoli che si può accedere alla comprensione della propria realtà interiore. Ed allora accettare le proprie emozioni porta ad interrompere quell’infinita guerra che si svolge dentro di noi nel disperato tentativo di filtrare le emozioni giuste dalle sbagliate, credendo di poterle controllare. Bisogna sempre diffidare di quelle persone che affermano di “avere tutto sotto controllo”, come se fosse un’ importante successo, quasi una vittoria esistenziale. E’ il tentativo disperato di stare al sicuro dalle brutte sorprese, ma di non capirci nulla delle proprie emozioni costantemente controllate. Se si vuole rendere interessante la propria vita bisogna sempre avere in mente la convinzione che le emozioni sono uno strumento utilissimo per conoscere ed orientarsi.

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Ansia e Attacchi di Panico: Richieste d’aiuto 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

Chi si rivolge allo psicologo per affrontare problemi di ansia e panico molte volte ha già alle sue spalle un iter medico travagliato, fatto da iniziali richieste di aiuto nei centri di pronto soccorso, per poi approdare alla consulenza di neurologi e cardiologi. I sintomi, spesso identici a patologie fisiche, portano il paziente ad essere convinto d’essere portatore di crisi cardiache o respiratorie, con la sensazione di correre gravi rischi di salute fino alla paura di una morte imminente.

Vi è la percezione, dunque, di un’entità esterna alla persona stessa che appunto attacca, disturba, talvolta “a ciel sereno”, in altre parole senza nessuna causa apparente, attraverso i suoi sintomi: in questo senso i sintomi somatici sono dati concreti che possono essere toccati con mano.

Si può dire che la persona che soffre di ansia e panico sperimenta la sofferenza attraverso la sua carne, i suoi respiri soffocati, la debolezza che talvolta porta allo svenimento dei sensi; il cuore batte all’impazzata ed i brividi e le vampate di calore attraversano il corpo ad ondate.

Ecco il resoconto di Enrica, una giovane donna di trent’anni che aveva consultato uno psicologo per un disturbo di attacco di panico:

La prima volta che ebbi un attacco di panico, fu due anni fa. Stavo passeggiando con due amiche per una strada del centro, quando iniziai ad avvertire dei leggeri giramenti di testa. Inizialmente non mi preoccupai, pensavo che il mio corpo non fosse ancora pronto per il caldo delle prime giornate estive e che, con tutta probabilità, la folla del sabato pomeriggio accentuava quel senso di spossatezza.

Pensai di avere un calo di pressione e mi sedetti all’ombra a prendere un gelato. Dopo un breve intervallo mi resi conto che le cause del mio malessere non avevano niente a che vedere con l’ambiente esterno.

I sintomi adesso erano ben diversi. Stavo male. Non si trattava più di un vago senso di confusione ma di qualcosa di molto più forte. Sentivo le gambe perdere la loro solidità e tremare quasi come se non riuscissero a sostenere il peso del corpo, credevo – senza neanche rendermi conto d’essere seduta – che avrebbero ceduto da un momento all’altro, facendomi crollare per terra.

Avvertivo la presenza degli estranei che mi circondavano sempre più vicina, aumentavano di numero, si spingevano verso di me, togliendomi l’aria. Respiravo con difficoltà, respiri sempre più brevi e rapidi; il cuore mi batteva molto velocemente continuando ad aumentare il suo ritmo.

Mi invase una paura infinita, ebbi la certezza che di lì ad un attimo sarei morta, “alla prossima accelerazione -pensai- avrò un infarto”. Non riuscivo a dire niente, tanto il respiro era strozzato, e l’angoscia mi pervadeva. Sentivo che stavo per scoppiare, che il mio cuore o la testa o tutt’e due sarebbero esplosi, mi sarebbe venuto un ictus.

Attorno a me c’erano solo sagome confuse, che quasi mi schiacciavano e nessuna presenza alleata; non avvertivo né, tantomeno, vedevo la presenza delle mie amiche; sentivo di essere completamente sola, abbandonata a me stessa. Sentivo che la testa mi stava per esplodere: se non fossi morta sarei, di certo, impazzita.

Quando ritornai lucida le mie amiche mi dissero che erano sempre state lì accanto a me e che continuavano a chiedermi cosa sentivo, a tenermi la mano. Mentre mi portavano al pronto soccorso i minuti sembravano interminabili. La fui visitata d’urgenza; il medico mi fece sdraiare sul lettino e controllò con attenzione il battito, il respiro, la pressione del sangue e i riflessi degli arti, ma non ne dedusse niente di significativo; il mio corpo era in piena salute.

Fu allora che cominciai a riprendere il controllo di me stessa; mi sentii improvvisamente sollevata, sembrava che del malore terribile che avevo appena provato non restasse alcuna traccia. Il medico diagnosticò un malore dovuto ad eccessivo stress, mi consigliò di riposarmi un po’ e di cercare di rallentare il ritmo delle mie giornate.

Dunque si trattava solo di questo: dovevo disdire qualche impegno e tutto sarebbe andato perfettamente, il mio corpo non aveva nulla che non poteva essere risolto con una semplice vacanza.

Nei mesi successivi però feci in ogni modo molti controlli specialistici e consultai altri medici spiegando i sintomi di quella che credevo essere una malattia terribile, che covavo silenziosamente; certamente, quello che mi era successo era un chiaro segnale che il mio corpo inviava per allertarmi, dovevo scoprire la malattia e debellarla. Temevo di avere un altro attacco da un momento all’altro, che mi avrebbe paralizzata o resa pazza.

I medici continuavano a confermare la mia piena salute e a rassicurarmi. Per qualche tempo tutto ciò riusciva a tranquillizzarmi; poi tornavo a cercare nuove opinioni e verifiche.

Nel giro di due anni ebbi numerosi attacchi di panico, i sintomi erano sempre gli stessi, mentre la paura di subirli cresceva, invadeva tutta la mia vita, impedendomi d’essere serena e autonoma. Avevo bisogno di essere accompagnata ovunque, se mi trovavo da sola in un posto sconosciuto avevo il terrore di sentirmi male da un momento all’altro. Ben presto queste sensazioni dominarono la mia vita: il lavoro mi risultava faticoso, la relazione con il mio partner era in crisi.

Mi sentivo senza via d’uscita: decisi allora, sotto consiglio del mio medico di base, di rivolgermi ad uno psicologo, benché avessi molta paura di consultare uno specialista in problemi psicologici.”

La sensazione di trovarsi in una via senza uscita- le situazioni cul de sac è il vissuto più penoso di chi soffre di ansia e attacchi di panico e spesso è accompagnato dall’idea di un fallimento personale che invade ogni situazione vitale.

Ma cosa significa “soffrire di ansia” se non si prova a collegarli ai rapporti ed ai contesti che la persona esperisce?

Molte persone lamentano enormi difficoltà nell’affrontare i rapporti affettivi; vivono cercando di supplire ad un cronico senso di vuoto interiore, e si impediscono di trarre piacere dall’esistenza.

Sempre un numero maggiore di individui si vede separato da se stesso e dai contesti che vive: non riescono più a sentirsi realizzati nella propria vita, arrivano al lunedì mattina al lavoro aspettando e sperando che il tempo voli per potersi riposare il fine settimana, per poi ricominciare tutto da capo.

Molti vivono relazioni amorose stancamente; accettano tutta una serie di compromessi nella paura di rimanere soli, rinunciano ai propri sogni nella consolazione di essere persone realistiche; ed alla fine perdono di vista ciò che per loro stessi conta veramente.

Quando una persona non è attenta alla relazione che vive con i suoi pensieri, le sue emozioni, ed alla direzione che ha verso l’esterno, succede che perda la sensazione di essere in contatto con il mondo; ma il legame tra l’individuo e il suo habitat – gli ambienti sociali che vive- è indissolubile.

Ognuno di noi ha sperimentato nella propria vita quanto sia importante il rapporto con il mondo esterno e quanto possa essere significativa l’esistenza solo in presenza del rapporto con l’altro: immaginare la persona come entità distaccata da una realtà sociale è un’astrazione così come è inesistente l’immagine di un quadro senza il suo sfondo.

E’ per questo che dovremmo sempre tenere ben a mente quanto sia significativa sul piano esistenziale la dimensione del legame.

Da un certo punto di vista gran parte di ciò che ci permette l’evoluzione personale è data dalla possibilità dell’incontro con l’altro; nel momento in cui siamo implicati in un coinvolgimento emotivo con chi ci sta di fronte allora abbiamo accesso ad una dimensione conoscitiva che implica il prendere atto della concretezza della vita.

Generalmente una delle sfide più difficili da affrontare la sperimentiamo quando siamo bloccati nelle relazioni e ci sembra di non poter “essere compresi dal mondo”; ed allora in quel preciso momento si è portati a pensare di poter prescindere dal rapporto con gli altri e di poter fare a meno del confronto con l’esterno.

Può accadere nella propria esistenza di arrivare ad un certo punto dove diventa inevitabile fare i conti con la propria dimensione interiore, di sentire di essere portatore di un malessere psicologico che rende faticoso ogni atto, anche il più semplice.

In genere la dichiarazione più eloquente di questo vissuto penoso viene espressa pienamente in affermazioni del tipo: “la vita è un peso” ed essa spesso è connessa alla sensazione che nulla da più piacere.

Il tempo sembra aver operato una perdita di contatto con le proprie emozioni e con la realtà, all’interno della quale il passato appare un paradiso perduto; sono i momenti in cui ci si sente persi, senza direzione e tale perdita di punti di orientamento è tanto profonda, personale ed essenziale che a nulla vale il sostegno e l’affetto altrui.

Sono i momenti in cui le “terapie naturali” come la famiglia, gli amici, il proprio partner, sembrano non reggere più; ed allora ci si sente soli rispetto alle proprie frustrazioni e alle proprie scelta.

Qual è il problema principale? Cosa impedisce all’uomo di potersi realizzare, di poter svolgere il lavoro in maniera creativa o ampliare i propri orizzonti per poter vivere in maniera stimolante?

Quanti riescono a fermarsi per poter riflettere e rendere possibile l’incontro con se stessi ?

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Esplorare il nuovo, per vivere pienamente 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

In ogni momento si può uscire dalla logica di pensiero che ci porta a stare dentro l’idea di crogiolarsi nel dolore di non avere alternative, e di non poterne creare.

Molte persone sono letteralmente terrorizzate dalle alternative; rimangono impigliate nei modi abituali di pensiero, finiscono per incontrare sempre le stesse persone, frequentare gli stessi ambienti, guardare la vita con gli stessi occhi.

Contemporaneamente esse avvertono la vita come terribilmente noiosa, ripetitiva: sono le persone che si lamentano spesso del fatto che si fanno sempre gli stessi discorsi, che si vedono sempre le stesse facce, che la vita è una serie di ripetizioni senza alternative.

Bisogna invece poter valorizzare le proprie emozioni, poterne capire il senso all’interno delle relazioni che affrontiamo.

Dobbiamo iniziare a pensare in termini di sviluppo di potenzialità seguendo criteri di eccellenza, e questo vale per tutti quanti; non è necessario occupare posti lavorativi prestigiosi, o avere capacità artistiche ed intellettuali eccezionali, ma è indispensabile porsi come obiettivo lo sviluppo di se stessi, capire che ognuno può spostare più in là il proprio orizzonte, smettendo di accontentarsi di arrivare in un porto sicuro.

Perché questo atteggiamento diventa il successo maggiore che si può ottenere, la sfida più grande che si può affrontare, dove il vero fallimento non esiste se non si rimane accecati dalla paura di rischiare.

La domanda da porci in questi casi è se si sta procedendo coraggiosamente nella propria vita, o se ci ritroviamo ad effettuare bilanci di convenienza rispetto alle proprie scelte.

Non è certamente un interrogativo semplice: solitamente i bilanci il più delle volte sono menzogneri, e raramente descrivono la verità dell’individuo; talvolta si pensa di affrontare certi problemi mentre in realtà si sta svicolando da tematiche più scottanti.

Ragionare per “entrate ed uscite” ci impedisce di esprimere se stessi, di  essere presenti con il proprio corpo e la propria mente, riflettendo sul rapporto con l’altro.

Se provate a riflettere sull’etimologia della parola alternativa scoprite qualcosa di straordinario: deriva dal termine latino alter, che significa altro e diverso.

L’alternativa è, quindi, qualcosa di altro rispetto ad una realtà data. Da un lato abbiamo ciò che è stato determinato, assegnato e conosciuto in quel contesto, dall’altro lato c’è qualcosa di nuovo, e ignoto; che deve essere osservato e capito.

In altre parole l’esistenza di un’altro ci pone di fronte al problema della paura delle novità, di ciò che è sconosciuto, che richiede impegno e coraggio per essere compreso.

Potremmo affermare che ogni volta che l’individuo inizia a prendere il considerazione l’altro, diverso da sé, entrano in campo delle forze che scuotono inevitabilmente delle dimensioni interne, delle corde importanti per entrare in relazione con ciò che ci circonda.

Ogni volta che ci permettiamo di essere scossi da realtà diverse riusciamo in realtà ad alimentare la nostra anima e ad emozionarci rispetto al nuovo.

Quando incontriamo una persona che evita “i turbamenti” causati dalle novità, possiamo essere certi che siamo di fronte ad una persona impaurita che cerca di proteggersi da ciò che non conosce.

Le strategie utilizzate possono consistere nel rimanere ancorati ad una specie di confronto continuo con le vecchie esperienze: e’ il caso di quelle persone che quando compiono un viaggio non riescono a fare a meno di paragonare quei posti con il luogo da cui provengono e che conoscono bene; oppure di quelli che nel campo delle relazioni sono tentate continuamente di cercare similitudini tra le persone che rientrano nel loro mondo. In altri termini tentano di riportare lo sconosciuto alla dimensione conosciuta, di sintetizzare la nuova esperienza tramite vecchi linguaggi.

Recita un vecchio proverbio che chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova, ed in parte è realmente così.

Questo non dice nulla sul fatto che la vita dell’individuo che compie strade nuove sia in maggior pericolo rispetto all’individuo prudente: se è vero che cambiare strada significa iniziare percorsi sconosciuti, tuttavia non vuol dire affatto che la via conosciuta sia più sicura.

Sentite cosa afferma Pablo Neruda  in questi versi:

” Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colori dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,  proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomento che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccoli dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.”

Possiamo dire che quando la prudenza diviene un tratto nevrotico vi è l’impossibilità di sperimentarsi poiché si sente l’accortezza come unica ancora di salvezza rispetto ad un mondo pericoloso e spietato.

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Tag: atteggiamento, capacità artistiche, dimensione, emozioni, esistenza, giorno, individuo, la vita, lavoro, logica, Muore, occhi, Pablo Neruda, paura, pensiero, Psicologia, realtà, relazione, relazioni, rispetto, senso, sentimenti, termini, vita, vivere

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    La vita è magnifica. Solo se si è in grado di coglierne la bellezza. Per farlo abbiamo bisogno che il nostro corpo e la nostra mente siano in grado di cogliere tale magnificenza: questi sono infatti gli unici strumenti che abbiamo per percepire la realtà. O almeno la nostra realtà.

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