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L’infarto uccide Michael Jackson a 50 anni 0

Posted on giugno 26, 2009 by admin

Michael Jackson, il re del pop statuni­tense, uno dei cantan­ti più leggendari e controver­si della storia musicale di tut­ti i tempi, si è spento ieri a Los An­geles a causa di un arresto cardiaco. Aveva cinquant’anni.

Jackson era stato ricovera­to d’urgenza, per un arresto cardiaco, all’ospedale Ucla Medical Center di Los Angeles alle 12:21 ora locale (le 21:21 in Italia) mentre si trovava nella sua casa di Holmby Hills, sulle colline di Los Angeles. Il fratello Ransy ha detto che è crollato all’im­provviso.

I paramedici accor­si al suo capezzale hanno ten­tato di soccorrerlo, effettuan­do le procedure per la riani­mazione cardio-polmonare. Ma ogni tentativo per salvar­lo è risultato vano: quando l’ambulanza è giunta in ospedale il cuore di Michael Jackson aveva già smesso di battere, ha raccontato uno dei soccorritori alle tv. Salvarlo, a quel punto, era un’impresa quasi impossibi­le.

Dopo cinque minuti di ar­resto cardiaco i danni alla cor­teccia cerebrale diventano ir­reversibili, ha infatti spiegato alla stampa Marco Pappagallo, neurologo e di­rettore della Pain Clinic del Mount Sinai Hospital di New York. Se dunque fosse sopravvissu­to, sarebbe in ogni caso rimasto in coma vegetativo. L’annuncio della sua mor­te ha prodotto un’eco profon­da in tutto il mondo. Tra le cause principali sicuramente l’enorme affaticamento a cui era sottoposto negli ultimi anni: “Michael era impegnato in un viaggio incredibilmente difficile e spesso autodistruttivo – racconta Michael Levine, uno dei responsabile delle relazioni pubbliche del cantante –  un essere umano non può sopportare un tale livello di stress per così tanto tempo”.

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Ansia e Attacchi di Panico: Richieste d’aiuto 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

Chi si rivolge allo psicologo per affrontare problemi di ansia e panico molte volte ha già alle sue spalle un iter medico travagliato, fatto da iniziali richieste di aiuto nei centri di pronto soccorso, per poi approdare alla consulenza di neurologi e cardiologi. I sintomi, spesso identici a patologie fisiche, portano il paziente ad essere convinto d’essere portatore di crisi cardiache o respiratorie, con la sensazione di correre gravi rischi di salute fino alla paura di una morte imminente.

Vi è la percezione, dunque, di un’entità esterna alla persona stessa che appunto attacca, disturba, talvolta “a ciel sereno”, in altre parole senza nessuna causa apparente, attraverso i suoi sintomi: in questo senso i sintomi somatici sono dati concreti che possono essere toccati con mano.

Si può dire che la persona che soffre di ansia e panico sperimenta la sofferenza attraverso la sua carne, i suoi respiri soffocati, la debolezza che talvolta porta allo svenimento dei sensi; il cuore batte all’impazzata ed i brividi e le vampate di calore attraversano il corpo ad ondate.

Ecco il resoconto di Enrica, una giovane donna di trent’anni che aveva consultato uno psicologo per un disturbo di attacco di panico:

La prima volta che ebbi un attacco di panico, fu due anni fa. Stavo passeggiando con due amiche per una strada del centro, quando iniziai ad avvertire dei leggeri giramenti di testa. Inizialmente non mi preoccupai, pensavo che il mio corpo non fosse ancora pronto per il caldo delle prime giornate estive e che, con tutta probabilità, la folla del sabato pomeriggio accentuava quel senso di spossatezza.

Pensai di avere un calo di pressione e mi sedetti all’ombra a prendere un gelato. Dopo un breve intervallo mi resi conto che le cause del mio malessere non avevano niente a che vedere con l’ambiente esterno.

I sintomi adesso erano ben diversi. Stavo male. Non si trattava più di un vago senso di confusione ma di qualcosa di molto più forte. Sentivo le gambe perdere la loro solidità e tremare quasi come se non riuscissero a sostenere il peso del corpo, credevo – senza neanche rendermi conto d’essere seduta – che avrebbero ceduto da un momento all’altro, facendomi crollare per terra.

Avvertivo la presenza degli estranei che mi circondavano sempre più vicina, aumentavano di numero, si spingevano verso di me, togliendomi l’aria. Respiravo con difficoltà, respiri sempre più brevi e rapidi; il cuore mi batteva molto velocemente continuando ad aumentare il suo ritmo.

Mi invase una paura infinita, ebbi la certezza che di lì ad un attimo sarei morta, “alla prossima accelerazione -pensai- avrò un infarto”. Non riuscivo a dire niente, tanto il respiro era strozzato, e l’angoscia mi pervadeva. Sentivo che stavo per scoppiare, che il mio cuore o la testa o tutt’e due sarebbero esplosi, mi sarebbe venuto un ictus.

Attorno a me c’erano solo sagome confuse, che quasi mi schiacciavano e nessuna presenza alleata; non avvertivo né, tantomeno, vedevo la presenza delle mie amiche; sentivo di essere completamente sola, abbandonata a me stessa. Sentivo che la testa mi stava per esplodere: se non fossi morta sarei, di certo, impazzita.

Quando ritornai lucida le mie amiche mi dissero che erano sempre state lì accanto a me e che continuavano a chiedermi cosa sentivo, a tenermi la mano. Mentre mi portavano al pronto soccorso i minuti sembravano interminabili. La fui visitata d’urgenza; il medico mi fece sdraiare sul lettino e controllò con attenzione il battito, il respiro, la pressione del sangue e i riflessi degli arti, ma non ne dedusse niente di significativo; il mio corpo era in piena salute.

Fu allora che cominciai a riprendere il controllo di me stessa; mi sentii improvvisamente sollevata, sembrava che del malore terribile che avevo appena provato non restasse alcuna traccia. Il medico diagnosticò un malore dovuto ad eccessivo stress, mi consigliò di riposarmi un po’ e di cercare di rallentare il ritmo delle mie giornate.

Dunque si trattava solo di questo: dovevo disdire qualche impegno e tutto sarebbe andato perfettamente, il mio corpo non aveva nulla che non poteva essere risolto con una semplice vacanza.

Nei mesi successivi però feci in ogni modo molti controlli specialistici e consultai altri medici spiegando i sintomi di quella che credevo essere una malattia terribile, che covavo silenziosamente; certamente, quello che mi era successo era un chiaro segnale che il mio corpo inviava per allertarmi, dovevo scoprire la malattia e debellarla. Temevo di avere un altro attacco da un momento all’altro, che mi avrebbe paralizzata o resa pazza.

I medici continuavano a confermare la mia piena salute e a rassicurarmi. Per qualche tempo tutto ciò riusciva a tranquillizzarmi; poi tornavo a cercare nuove opinioni e verifiche.

Nel giro di due anni ebbi numerosi attacchi di panico, i sintomi erano sempre gli stessi, mentre la paura di subirli cresceva, invadeva tutta la mia vita, impedendomi d’essere serena e autonoma. Avevo bisogno di essere accompagnata ovunque, se mi trovavo da sola in un posto sconosciuto avevo il terrore di sentirmi male da un momento all’altro. Ben presto queste sensazioni dominarono la mia vita: il lavoro mi risultava faticoso, la relazione con il mio partner era in crisi.

Mi sentivo senza via d’uscita: decisi allora, sotto consiglio del mio medico di base, di rivolgermi ad uno psicologo, benché avessi molta paura di consultare uno specialista in problemi psicologici.”

La sensazione di trovarsi in una via senza uscita- le situazioni cul de sac è il vissuto più penoso di chi soffre di ansia e attacchi di panico e spesso è accompagnato dall’idea di un fallimento personale che invade ogni situazione vitale.

Ma cosa significa “soffrire di ansia” se non si prova a collegarli ai rapporti ed ai contesti che la persona esperisce?

Molte persone lamentano enormi difficoltà nell’affrontare i rapporti affettivi; vivono cercando di supplire ad un cronico senso di vuoto interiore, e si impediscono di trarre piacere dall’esistenza.

Sempre un numero maggiore di individui si vede separato da se stesso e dai contesti che vive: non riescono più a sentirsi realizzati nella propria vita, arrivano al lunedì mattina al lavoro aspettando e sperando che il tempo voli per potersi riposare il fine settimana, per poi ricominciare tutto da capo.

Molti vivono relazioni amorose stancamente; accettano tutta una serie di compromessi nella paura di rimanere soli, rinunciano ai propri sogni nella consolazione di essere persone realistiche; ed alla fine perdono di vista ciò che per loro stessi conta veramente.

Quando una persona non è attenta alla relazione che vive con i suoi pensieri, le sue emozioni, ed alla direzione che ha verso l’esterno, succede che perda la sensazione di essere in contatto con il mondo; ma il legame tra l’individuo e il suo habitat – gli ambienti sociali che vive- è indissolubile.

Ognuno di noi ha sperimentato nella propria vita quanto sia importante il rapporto con il mondo esterno e quanto possa essere significativa l’esistenza solo in presenza del rapporto con l’altro: immaginare la persona come entità distaccata da una realtà sociale è un’astrazione così come è inesistente l’immagine di un quadro senza il suo sfondo.

E’ per questo che dovremmo sempre tenere ben a mente quanto sia significativa sul piano esistenziale la dimensione del legame.

Da un certo punto di vista gran parte di ciò che ci permette l’evoluzione personale è data dalla possibilità dell’incontro con l’altro; nel momento in cui siamo implicati in un coinvolgimento emotivo con chi ci sta di fronte allora abbiamo accesso ad una dimensione conoscitiva che implica il prendere atto della concretezza della vita.

Generalmente una delle sfide più difficili da affrontare la sperimentiamo quando siamo bloccati nelle relazioni e ci sembra di non poter “essere compresi dal mondo”; ed allora in quel preciso momento si è portati a pensare di poter prescindere dal rapporto con gli altri e di poter fare a meno del confronto con l’esterno.

Può accadere nella propria esistenza di arrivare ad un certo punto dove diventa inevitabile fare i conti con la propria dimensione interiore, di sentire di essere portatore di un malessere psicologico che rende faticoso ogni atto, anche il più semplice.

In genere la dichiarazione più eloquente di questo vissuto penoso viene espressa pienamente in affermazioni del tipo: “la vita è un peso” ed essa spesso è connessa alla sensazione che nulla da più piacere.

Il tempo sembra aver operato una perdita di contatto con le proprie emozioni e con la realtà, all’interno della quale il passato appare un paradiso perduto; sono i momenti in cui ci si sente persi, senza direzione e tale perdita di punti di orientamento è tanto profonda, personale ed essenziale che a nulla vale il sostegno e l’affetto altrui.

Sono i momenti in cui le “terapie naturali” come la famiglia, gli amici, il proprio partner, sembrano non reggere più; ed allora ci si sente soli rispetto alle proprie frustrazioni e alle proprie scelta.

Qual è il problema principale? Cosa impedisce all’uomo di potersi realizzare, di poter svolgere il lavoro in maniera creativa o ampliare i propri orizzonti per poter vivere in maniera stimolante?

Quanti riescono a fermarsi per poter riflettere e rendere possibile l’incontro con se stessi ?

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Aids: la più controversa delle teorie sulla sua origine – Parte 2 0

Posted on maggio 27, 2009 by admin

Tom Curtis, giornalista del Rolling Stones nel 1992 scrisse sulle pagine del suo giornale un articolo destinato a fare storia. Curtis suggerì come l’HIV avesse avuto origine in Africa da una campagna di vaccinazione condotta con un prodotto sperimentale contro la poliomielite, somministrato per via orale, che era stato contaminato dall’allora sconosciuto virus SIV. Portatori del virus sarebbero stati i cercopitechi le cui cellule renali erano spesso utilizzate per la produzione di vaccini.

Ora, sapendo che uno dei primi trial di un vaccino virale per via orale fu effettuato dal 1957 al 1960 in quei paesi considerati oggi il cuore dell’epidemia globale dell’Aids (Congo, Burundi e Rwanda) a Curtis è venuto da fare spontaneamente due più due. Per avere l’agognato risultato andò a intervistare il pioniere del vaccino antipolio che aveva organizzato quella campagna di vaccinazione: Hilary Koprowsky. Ma il medico non fu in grado di ricordare se il suo gruppo avesse utilizzato cellule renali di cercopiteco.

In ogni caso se la riposta fosse stata affermativa la somministrazione de vaccino avrebbe diffuso il virus in quasi un milione di persone, ponendo così le basi dell’epidemia. Curtis non è l’unico sostenitore di questa teoria. Anzi, lui steso la attribuì all’attivista californiano Blaine Elswood (ma oltre a lui altre due persone avevano suggerito simili versioni): Louis Pascal e Walter Kyle.

Da allora però il più accanito sostenitore del vaccino contaminato è stato lo scrittore Edward Hooper, uomo insolitamente tenace. Britannico, ha trascorso gran parte della sua vita in Africa, facendo i lavori più disparati, dal magazziniere in una miniera di diamanti a un incarico per la Bbc in Uganda. Stava già scrivendo un libro sull’origine e la storia dell’Aids, la sua seconda opera su questa malattia. Aveva approfondito diverse teorie sulla sua origine, trovando la maggior parte di esse prive di sostanza o troppo lontane dalla realtà. Dapprima pensò che la teoria del vaccino fosse anch’essa poco plausibile. Ma gradualmente si accorse di non riuscire a liquidarla del tutto; anzi, peggio, scoprì che i fatti le si adattavano abbastanza bene.

Peggio ancora, quando chiese a persone più addentro nella materia di dimostrarne la falsità, si trovò ad affrontare non attestazioni contrarie, ma esplosioni d’ira, minacce di azioni legali e furibondi dinieghi. Non è facile darla a bere a Hooper. È uno che controlla tutto. Riesuma vecchi quotidiani coloniali dagli archivi delle biblioteche belghe. Telefona a vedove e figli di scienziati morti da tempo, che avrebbero potuto avere qualcosa a che fare con una parte della storia. Rintraccia i parenti di quanti morirono di Aids all’inizio dell’epidemia. Perciò, quando iniziò a trovare grossi buchi nelle argomentazioni esposte per negare la teoria del vaccino antipolio, la sua curiosità era stata stuzzicata.

Nei sette anni successivi diede la caccia alle prove, finendo per scrivere un resoconto straordinario e dettagliatissimo sull’ipotesi del vaccino antipolio e di quanti la contrastano, intitolato “The River”. Nel libro, Hooper rivelava molti fatti nuovi sull’Aids e su quanto accadde nella corsa alla produzione di un vaccino antipolio negli anni Cinquanta. Arrivò pericolosamente vicino a collegare con certezza le due cose. Ma The River, per quanto brillante nella scrittura e attento nelle argomentazioni, era troppo accurato per questa epoca impaziente. Portava il lettore fino in fondo a ogni vicolo cieco. Entrava in dettagli microscopici su procedure di laboratorio da lungo tempo dimenticate. Era scrupolosamente attento a non formulare ipotesi che andassero più in là dei fatti accertati. Alcuni lettori trovarono difficile vedere la foresta della teoria negli alberi dei dettagli.

(2/3 – Continua)

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Il primo gel per la riduzione della cellulite 0

Posted on maggio 15, 2009 by admin

La cellulite è stata definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) una malattia sociale. Colpisce l’82 % delle donne, indipendentemente dal peso, dal colore della pelle e dall’ età. Solo in Italia sono quattordici milioni le donne che soffrono di cellulite (dati ISTAT) e soprattutto le più giovani si sottopongono a qualsiasi trattamento pur di sconfiggerla.

I fattori che ne facilitano la manifestazione sono molti:  disturbi circolatori, stress, problemi ormonali, vita sedentaria e intolleranze alimentari, per dirne solo alcune. Molto spesso anche una dieta povera di acidi grassi polinsaturi può causarne l’insorgenza. Da come si può vedere è una malattia complessa.

Oggi, però, nel campo della medicina estetica, ci sono buone notizie per chi soffre di cellulite. Recentemente, infatti, si è potuto constatare come l’uso della molecola fosfatidilcolina possa contribuire a  sciogliere il grasso sottocutaneo; infatti, essendo un emulsificante naturale dei grassi, è in grado dunque di favorirne l’eliminazione.

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Gli studi in atto hanno dimostrato la sua capacità sia nel ridurre i livelli sistemici di colesterolo e trigliceridi sia nell’aumentare la lipolisi. L’azione della fosfatidilcolina, dunque, si presenta particolarmente interessante per operare sulla componente della cellulite dovuta all’adiposità localizzata.

A questo proposito il gel anticellulite Fosfalife, grazie al suo contenuto, è ottimale nel trattamento degli inestetismi causati da ritenzione idrica, accumuli adiposi e cellulite.

I suoi  principi attivi , infatti, favoriscono la riduzione dello spessore del tessuto adiposo presente, stimolano la microcircolazione sanguinea superficiale rilasciando una  piacevole sensazione di freddo immediato e persistente.

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    La vita è magnifica. Solo se si è in grado di coglierne la bellezza. Per farlo abbiamo bisogno che il nostro corpo e la nostra mente siano in grado di cogliere tale magnificenza: questi sono infatti gli unici strumenti che abbiamo per percepire la realtà. O almeno la nostra realtà.

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