Benessere e Salute a portata di Click

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L’infarto uccide Michael Jackson a 50 anni 0

Posted on giugno 26, 2009 by admin

Michael Jackson, il re del pop statuni­tense, uno dei cantan­ti più leggendari e controver­si della storia musicale di tut­ti i tempi, si è spento ieri a Los An­geles a causa di un arresto cardiaco. Aveva cinquant’anni.

Jackson era stato ricovera­to d’urgenza, per un arresto cardiaco, all’ospedale Ucla Medical Center di Los Angeles alle 12:21 ora locale (le 21:21 in Italia) mentre si trovava nella sua casa di Holmby Hills, sulle colline di Los Angeles. Il fratello Ransy ha detto che è crollato all’im­provviso.

I paramedici accor­si al suo capezzale hanno ten­tato di soccorrerlo, effettuan­do le procedure per la riani­mazione cardio-polmonare. Ma ogni tentativo per salvar­lo è risultato vano: quando l’ambulanza è giunta in ospedale il cuore di Michael Jackson aveva già smesso di battere, ha raccontato uno dei soccorritori alle tv. Salvarlo, a quel punto, era un’impresa quasi impossibi­le.

Dopo cinque minuti di ar­resto cardiaco i danni alla cor­teccia cerebrale diventano ir­reversibili, ha infatti spiegato alla stampa Marco Pappagallo, neurologo e di­rettore della Pain Clinic del Mount Sinai Hospital di New York. Se dunque fosse sopravvissu­to, sarebbe in ogni caso rimasto in coma vegetativo. L’annuncio della sua mor­te ha prodotto un’eco profon­da in tutto il mondo. Tra le cause principali sicuramente l’enorme affaticamento a cui era sottoposto negli ultimi anni: “Michael era impegnato in un viaggio incredibilmente difficile e spesso autodistruttivo – racconta Michael Levine, uno dei responsabile delle relazioni pubbliche del cantante –  un essere umano non può sopportare un tale livello di stress per così tanto tempo”.

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Tag: Jako Wako, malattia, Michael Jackson, Re del Pop, realtà, stress, uomo, Varie, vita

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Il rapporto con le emozioni, le emozioni nei rapporti 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

Succede spesso di sentire parlare di persone che hanno come atteggiamento verso i propri sentimenti il “tenere tutto dentro” e che hanno l’impressione che prima o poi scoppieranno. Questo tipo di relazione con le emozioni rispecchia in realtà una dimensione molto diffusa nella nostra cultura che ci insegna ad essere diffidenti verso le nostre emozioni: ad avere paura di sentirne anche l’odore. Se siamo persuasi che la semplice logica razionale determina le “faccende della vita” è certo che commettiamo un errore imperdonabile: come può la logica indurre ad un’amicizia, o ad un matrimonio, ma perfino alla scelta di un lavoro; ciò che segna la vita di un uomo non può che appartenere ad una dimensione emotiva. Uno stereotipo presente nella nostra cultura coincide con l’idea che ci sono le emozioni buone e le emozioni cattive; che se uno prova rabbia o tristezza allora c’è qualcosa che non va, che non funziona: ecco allora che si corre ai ripari.

Il controllo, il corazzarsi dietro la razionalità o l’evitare i turbamenti diventano gli strumenti per poter far fronte alla propria dimensione emotiva: quando siamo troppo indaffarati a difenderci dagli altri, o a cercare di risultare inattaccabili è come se ci impedissimo di ascoltare realmente ciò che siamo e di sviluppare i rapporti con gli altri.

Una analisi molto interessante di questa modalità fu evidenziata da W. Reich che indicò con il termine “corazza caratteriale” il processo attraverso cui l’individuo si autoreprimeva nell’espressione della propria emotività. Ma quali sono i motivi che portano una persona ad indossare una corazza? Molto frequentemente accade che chi si trincera dietro la forza di carattere adotti come atteggiamento mentale la rinuncia, se non addirittura la negazione dei propri desideri, sia nella sfera affettiva che sociale. Si può dire che vi è una paura dell’esuberanza e della creatività che viene tagliata fuori dalla propria esistenza attraverso un ipercontrollo ad opera di una ipertrofia dell’Io. Certamente il tentativo di controllare diviene centrale.

Tuttavia bisogna ricordare che Il bisogno di controllo è sempre collegato al bisogno di potere; ma esso non può essere veramente compreso se non si capisce fino a che livello sia presente il terrore della dimensione emotiva. L’autodisciplina in questi casi diviene allora un valore idealizzato che sottende la paura della perdita del controllo ed impedisce il flusso dell’esperienza. Spesse volte “un trucco” utilizzato per difendersi dalle emozioni risiede nella razionalità, cioè lo spostare ogni discorso emotivo su un tono logico. La razionalità “salva” letteralmente l’individuo dal prendere contatto con quel tipo di emozioni che lo terrorizzano a tal punto che diventa un vero e proprio modo di vivere se stessi e gli altri; ma rappresenta una salvezza apparente, poiché tutto questo porta sempre di più ad allontanarsi dal nutrimento che sostiene la propria individualità, e a separarsi dalla vita stessa. L’approccio razionale fa sì che la persona si ritrovi ad evitare il coinvolgimento emotivo, sostenendo ogni discorso sulla base del ragionamento logico.

Molti ricorderanno il celebre finale di “Gli uomini preferiscono le bionde”, in cui Marilyn Monroe convinceva il padre del suo fidanzato miliardario non solo a non opporsi alle loro nozze ma anche a non giudicare scorretto il suo interesse per i soldi di lui. Il futuro suocero si trova nell’impossibilità di obiettare contro questa logica stringente, che riconosce essere tanto coerente quanto realistica; e questo perché ogni considerazione dell’aspetto emotivo è completamente assente; ciò che entra in campo sono elementi di carattere razionale e nessuno spazio viene dato all’importanza dei sentimenti nella scelta del futuro compagno. Sta in questo la forza delle posizioni rigidamente razionali: nella loro apparente inattaccabilità. Questo atteggiamento viene ricercato da chi sente la necessità di distaccarsi dal mondo dei sentimenti, nel tentativo di cercare di rimanere ancorati ad una realtà lucida e prevedibile.

Se si rimane intrappolati nell’idea che le emozioni siano uno scarto dalla normalità razionale, diventa automatica la convinzione di doverle nascondere o buttarle fuori proprio come scarto, come pattumiera inutile ed ingombrante. Eliminare la sfera emotiva comporta, però la perdita di contatto con il piacere e con la propria creatività. Accettare la coesistenza di dimensioni che sembrano opposte ma che, in realtà sono complementari, ridona all’individuo la complessità della vita. Allora si abbandona l’illusione di poter classificare la realtà attraverso facili distinzioni: il pensiero dall’emozione, la forza dalla debolezza, cioè polarità rassicuranti. Se la dimensione intellettuale non viene calibrata attraverso la dimensione emotiva, la realtà relazionale viene svuotata di significato e si perde quella curiosità essenziale per poter arricchire la propria vita. Il noto artista olandese Escher doveva avere in mente qualcosa del genere quando affermò che lo stupore, era “il sale della terra.

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L’intimità con se stessi 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

L’intimità condivisa con l’altro può essere raggiunta solo se si riesce ad approdare ad un’intimità con se stessi. Ciò dipende dalla considerazione che non si può offrire all’altro qualcosa che non si concede a se stessi; sarebbe come pensare di far entrare un ospite in una camera di cui non si possiede la chiave. Poter abbracciare la propria esistenza, poter contenere dentro di sé le proprie emozioni senza doverle “agire” all’esterno vuol dire poter dialogare con se stessi senza essere terrorizzati dai propri pensieri o dai propri sentimenti. Quante volte, purtroppo, capita di sentir dire affermazioni del tipo “Finché lavoro tutto bene, i problemi nascono quando mi fermo e mi frullano certi pensieri”, e anche “Quando provo determinate emozioni mi sento arrabbiato con me stesso per il fatto di non esser riuscito ad eliminarle”. Certamente quando si ritiene inammissibile provare o pensare “certe brutte cose” stiamo comportandoci con noi stessi come un genitore disapprovante che punisce il figlio perché piange o si sente arrabbiato.

Ecco quello che Cesare Musatti, psicologo e psicoanalista italiano, afferma:

“Già questa è la complicazione della psiche umana. Uno diventa adulto. Muta le proprie opinioni. Accetta le esigenze che si fanno sentire col maturare del proprio corpo e del proprio spirito, e poi, come un bambino piccino, ha bisogno della mamma che lo protegga dai cattivi pensieri. Sappiamo che i pensieri non sono né buoni né cattivi, che il nostro intelletto ci indica le vie da percorrere, e che d’altra parte ci sono molti modi di vedere e di giudicare le cose. Comunque, di noi stessi non dovremmo mai avere paura, perché proprio noi regoliamo la nostra condotta: in bene e in male. Tutt’al più possiamo essere più o meno soddisfatti di noi stessi. Non dovremmo avere paura, perché non ci portiamo dietro la mamma o il papà, o il Maestro, con la emme grande: che ci sorvegli, ci castighi e ci minacci. Di chi allora hai paura?”

Con se stessi si dovrebbe cercare sempre di essere comprensivi, perché non è mettendosi sul banco dei colpevoli che si può accedere alla comprensione della propria realtà interiore. Ed allora accettare le proprie emozioni porta ad interrompere quell’infinita guerra che si svolge dentro di noi nel disperato tentativo di filtrare le emozioni giuste dalle sbagliate, credendo di poterle controllare. Bisogna sempre diffidare di quelle persone che affermano di “avere tutto sotto controllo”, come se fosse un’ importante successo, quasi una vittoria esistenziale. E’ il tentativo disperato di stare al sicuro dalle brutte sorprese, ma di non capirci nulla delle proprie emozioni costantemente controllate. Se si vuole rendere interessante la propria vita bisogna sempre avere in mente la convinzione che le emozioni sono uno strumento utilissimo per conoscere ed orientarsi.

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Ansia e Attacchi di Panico: Richieste d’aiuto 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

Chi si rivolge allo psicologo per affrontare problemi di ansia e panico molte volte ha già alle sue spalle un iter medico travagliato, fatto da iniziali richieste di aiuto nei centri di pronto soccorso, per poi approdare alla consulenza di neurologi e cardiologi. I sintomi, spesso identici a patologie fisiche, portano il paziente ad essere convinto d’essere portatore di crisi cardiache o respiratorie, con la sensazione di correre gravi rischi di salute fino alla paura di una morte imminente.

Vi è la percezione, dunque, di un’entità esterna alla persona stessa che appunto attacca, disturba, talvolta “a ciel sereno”, in altre parole senza nessuna causa apparente, attraverso i suoi sintomi: in questo senso i sintomi somatici sono dati concreti che possono essere toccati con mano.

Si può dire che la persona che soffre di ansia e panico sperimenta la sofferenza attraverso la sua carne, i suoi respiri soffocati, la debolezza che talvolta porta allo svenimento dei sensi; il cuore batte all’impazzata ed i brividi e le vampate di calore attraversano il corpo ad ondate.

Ecco il resoconto di Enrica, una giovane donna di trent’anni che aveva consultato uno psicologo per un disturbo di attacco di panico:

La prima volta che ebbi un attacco di panico, fu due anni fa. Stavo passeggiando con due amiche per una strada del centro, quando iniziai ad avvertire dei leggeri giramenti di testa. Inizialmente non mi preoccupai, pensavo che il mio corpo non fosse ancora pronto per il caldo delle prime giornate estive e che, con tutta probabilità, la folla del sabato pomeriggio accentuava quel senso di spossatezza.

Pensai di avere un calo di pressione e mi sedetti all’ombra a prendere un gelato. Dopo un breve intervallo mi resi conto che le cause del mio malessere non avevano niente a che vedere con l’ambiente esterno.

I sintomi adesso erano ben diversi. Stavo male. Non si trattava più di un vago senso di confusione ma di qualcosa di molto più forte. Sentivo le gambe perdere la loro solidità e tremare quasi come se non riuscissero a sostenere il peso del corpo, credevo – senza neanche rendermi conto d’essere seduta – che avrebbero ceduto da un momento all’altro, facendomi crollare per terra.

Avvertivo la presenza degli estranei che mi circondavano sempre più vicina, aumentavano di numero, si spingevano verso di me, togliendomi l’aria. Respiravo con difficoltà, respiri sempre più brevi e rapidi; il cuore mi batteva molto velocemente continuando ad aumentare il suo ritmo.

Mi invase una paura infinita, ebbi la certezza che di lì ad un attimo sarei morta, “alla prossima accelerazione -pensai- avrò un infarto”. Non riuscivo a dire niente, tanto il respiro era strozzato, e l’angoscia mi pervadeva. Sentivo che stavo per scoppiare, che il mio cuore o la testa o tutt’e due sarebbero esplosi, mi sarebbe venuto un ictus.

Attorno a me c’erano solo sagome confuse, che quasi mi schiacciavano e nessuna presenza alleata; non avvertivo né, tantomeno, vedevo la presenza delle mie amiche; sentivo di essere completamente sola, abbandonata a me stessa. Sentivo che la testa mi stava per esplodere: se non fossi morta sarei, di certo, impazzita.

Quando ritornai lucida le mie amiche mi dissero che erano sempre state lì accanto a me e che continuavano a chiedermi cosa sentivo, a tenermi la mano. Mentre mi portavano al pronto soccorso i minuti sembravano interminabili. La fui visitata d’urgenza; il medico mi fece sdraiare sul lettino e controllò con attenzione il battito, il respiro, la pressione del sangue e i riflessi degli arti, ma non ne dedusse niente di significativo; il mio corpo era in piena salute.

Fu allora che cominciai a riprendere il controllo di me stessa; mi sentii improvvisamente sollevata, sembrava che del malore terribile che avevo appena provato non restasse alcuna traccia. Il medico diagnosticò un malore dovuto ad eccessivo stress, mi consigliò di riposarmi un po’ e di cercare di rallentare il ritmo delle mie giornate.

Dunque si trattava solo di questo: dovevo disdire qualche impegno e tutto sarebbe andato perfettamente, il mio corpo non aveva nulla che non poteva essere risolto con una semplice vacanza.

Nei mesi successivi però feci in ogni modo molti controlli specialistici e consultai altri medici spiegando i sintomi di quella che credevo essere una malattia terribile, che covavo silenziosamente; certamente, quello che mi era successo era un chiaro segnale che il mio corpo inviava per allertarmi, dovevo scoprire la malattia e debellarla. Temevo di avere un altro attacco da un momento all’altro, che mi avrebbe paralizzata o resa pazza.

I medici continuavano a confermare la mia piena salute e a rassicurarmi. Per qualche tempo tutto ciò riusciva a tranquillizzarmi; poi tornavo a cercare nuove opinioni e verifiche.

Nel giro di due anni ebbi numerosi attacchi di panico, i sintomi erano sempre gli stessi, mentre la paura di subirli cresceva, invadeva tutta la mia vita, impedendomi d’essere serena e autonoma. Avevo bisogno di essere accompagnata ovunque, se mi trovavo da sola in un posto sconosciuto avevo il terrore di sentirmi male da un momento all’altro. Ben presto queste sensazioni dominarono la mia vita: il lavoro mi risultava faticoso, la relazione con il mio partner era in crisi.

Mi sentivo senza via d’uscita: decisi allora, sotto consiglio del mio medico di base, di rivolgermi ad uno psicologo, benché avessi molta paura di consultare uno specialista in problemi psicologici.”

La sensazione di trovarsi in una via senza uscita- le situazioni cul de sac è il vissuto più penoso di chi soffre di ansia e attacchi di panico e spesso è accompagnato dall’idea di un fallimento personale che invade ogni situazione vitale.

Ma cosa significa “soffrire di ansia” se non si prova a collegarli ai rapporti ed ai contesti che la persona esperisce?

Molte persone lamentano enormi difficoltà nell’affrontare i rapporti affettivi; vivono cercando di supplire ad un cronico senso di vuoto interiore, e si impediscono di trarre piacere dall’esistenza.

Sempre un numero maggiore di individui si vede separato da se stesso e dai contesti che vive: non riescono più a sentirsi realizzati nella propria vita, arrivano al lunedì mattina al lavoro aspettando e sperando che il tempo voli per potersi riposare il fine settimana, per poi ricominciare tutto da capo.

Molti vivono relazioni amorose stancamente; accettano tutta una serie di compromessi nella paura di rimanere soli, rinunciano ai propri sogni nella consolazione di essere persone realistiche; ed alla fine perdono di vista ciò che per loro stessi conta veramente.

Quando una persona non è attenta alla relazione che vive con i suoi pensieri, le sue emozioni, ed alla direzione che ha verso l’esterno, succede che perda la sensazione di essere in contatto con il mondo; ma il legame tra l’individuo e il suo habitat – gli ambienti sociali che vive- è indissolubile.

Ognuno di noi ha sperimentato nella propria vita quanto sia importante il rapporto con il mondo esterno e quanto possa essere significativa l’esistenza solo in presenza del rapporto con l’altro: immaginare la persona come entità distaccata da una realtà sociale è un’astrazione così come è inesistente l’immagine di un quadro senza il suo sfondo.

E’ per questo che dovremmo sempre tenere ben a mente quanto sia significativa sul piano esistenziale la dimensione del legame.

Da un certo punto di vista gran parte di ciò che ci permette l’evoluzione personale è data dalla possibilità dell’incontro con l’altro; nel momento in cui siamo implicati in un coinvolgimento emotivo con chi ci sta di fronte allora abbiamo accesso ad una dimensione conoscitiva che implica il prendere atto della concretezza della vita.

Generalmente una delle sfide più difficili da affrontare la sperimentiamo quando siamo bloccati nelle relazioni e ci sembra di non poter “essere compresi dal mondo”; ed allora in quel preciso momento si è portati a pensare di poter prescindere dal rapporto con gli altri e di poter fare a meno del confronto con l’esterno.

Può accadere nella propria esistenza di arrivare ad un certo punto dove diventa inevitabile fare i conti con la propria dimensione interiore, di sentire di essere portatore di un malessere psicologico che rende faticoso ogni atto, anche il più semplice.

In genere la dichiarazione più eloquente di questo vissuto penoso viene espressa pienamente in affermazioni del tipo: “la vita è un peso” ed essa spesso è connessa alla sensazione che nulla da più piacere.

Il tempo sembra aver operato una perdita di contatto con le proprie emozioni e con la realtà, all’interno della quale il passato appare un paradiso perduto; sono i momenti in cui ci si sente persi, senza direzione e tale perdita di punti di orientamento è tanto profonda, personale ed essenziale che a nulla vale il sostegno e l’affetto altrui.

Sono i momenti in cui le “terapie naturali” come la famiglia, gli amici, il proprio partner, sembrano non reggere più; ed allora ci si sente soli rispetto alle proprie frustrazioni e alle proprie scelta.

Qual è il problema principale? Cosa impedisce all’uomo di potersi realizzare, di poter svolgere il lavoro in maniera creativa o ampliare i propri orizzonti per poter vivere in maniera stimolante?

Quanti riescono a fermarsi per poter riflettere e rendere possibile l’incontro con se stessi ?

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Pensare le priorità 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

Chi si adatta rinuncia a pensare; anzi si può dire che sono due funzioni che si escludono a vicenda: il pensare ha come presupposto la libertà di mettere in relazione cose non collegate in precedenza, mentre chi aderisce fa cose pensate da altri. In termini più semplici, riuscire ad individuarsi, a scoprire se stessi significa sostanzialmente farsi carico interamente della propria esistenza: è però importante dire che sebbene consenta di conferire valore e qualità alla propria esistenza, questa conquista ha un “costo” psicologico molto elevato.

Se in alcune fasi dello sviluppo umano è indispensabile dipendere in maniera quasi simbiotica dall’altro (basti pensare al bambino con la madre, ad esempio), arriva un momento in cui è indispensabile iniziare a fissare degli obiettivi, operare le scelte in base ai propri desideri ed alle proprie priorità. Certamente si può anche scegliere di vivere “assecondando” le tendenze altrui e grosso modo possiamo ritenere che chi accetta questa sottomissione rivela la difficoltà della propria affermazione individuale. Se, infatti, aderire esclude la facoltà di scegliere, è anche vero che decidere per se stessi significa anche assumersi pienamente le responsabilità del fallimento e della disapprovazione altrui.

È pur vero che la libertà di scegliere e perseguire i propri obiettivi significa centrare la propria esistenza sulle esigenze personali, anziché su quelle degli altri. In una cultura profondamente cattolica lavorare “per gli altri”, sacrificarsi per gli obiettivi altrui, risulta essere un atteggiamento di vita molto simile a quello auspicato dai dettami religiosi: l’altruismo incondizionato. Per lo stesso motivo ad alcune persone accade, infatti, che nel scegliere, o avere dei propri obiettivi, scatena sensi di colpa; come se questo fosse sinonimo di egoismo e di irriconoscenza. In questi casi, nel tentativo di eludere il senso di colpa, spesso si ricorre a delle finte giustificazioni. Sono molte le persone che si portano dietro un pesante fardello e si impediscono qualunque sviluppo personale; quelle stesse persone che accampano scuse di ogni tipo per rimanere ancorati ad una realtà mediocre nel timore di ogni più piccolo cambiamento.

Ancora una volta le giustificazioni per non mettersi in gioco, per non rischiare, per non affrontare desideri legittimi che appaiono come pretese irrealizzabili giungono facilmente alla mente: molti si cullano nella fantasia di essere intrappolati nell’educazione fornita dalla propria famiglia e che, se non fosse per la madre troppo oppressiva o per l’educazione troppo rigida, la loro esistenza sarebbe meravigliosa. Il meccanismo è ancora una volta quello dello “spostamento” delle responsabilità: non è colpa mia se perseguo i miei obiettivi lavorativi, ma del ruolo professionale che rivesto; non sono io ad essere intrusiva con mio figlio, fa parte dei compiti di madre; e viceversa: non sono io a determinare la mia vita, ma i miei genitori con i loro condizionamenti. Si può dire che quando l’individuo si trova ad azzerare se stesso spostando sulla realtà esterna tutte le sue difficoltà interiori, e perdendo di vista le sue potenzialità, commette un errore che impedisce qualunque cambiamento.

È il caso del cliente che sostiene di sentire che tutte le porte gli si chiudono e lui si ritrova escluso da ogni relazione sia lavorativa che affettiva. È chiaro che sul piano della realtà non esistono porte chiuse o porte aperte ma solo occasioni e potenzialità da sviluppare, ma se si rimane intrappolati nella convinzione che l’esterno ce l’abbia con noi allora diventa impossibile ogni evoluzione. La logica che sta dietro allo “spostamento” dalle difficoltà interne a quelle esterne può essere facilmente comprensibile se si segue la logica che sta dietro a questa modalità di costruzione dei legami relazionali: è più semplice “incolpare”, seppur indirettamente, qualcun altro, che riconoscersi come unica vera causa delle proprie insoddisfazioni; così come risulta spesso più comodo trincerarsi dietro finti ostacoli, piuttosto che rischiare in prima persona di fallire.

La realtà è un’altra: la famiglia c’entra fino ad un certo punto nella vita che si decide di vivere; al di là dell’educazione ricevuta si possono sempre operare delle scelte individuali, e si può riflettere su come utilizzare le esperienze passate. Inoltre nessuna famiglia è perfetta; se si avvertono degli ipotetici limiti nei propri parenti è perché si ha in mente un’immagine astratta della famiglia ideale. Anzi, a pensarci bene, lo stesso concetto di perfezione è disumano e anche abbastanza noioso. Non si può vivere nell’idea della perfezione, come non si può essere liberi da difetti, eppure si è condizionati molto spesso da modelli che parlano di perfezione; prevale la convinzione che ci sia la donna o l’uomo perfetto, il lavoro perfetto, la vita perfetta. Di conseguenza succede che si rimane puntualmente delusi dal riscontro con la realtà.

Una visione superficiale della psicoanalisi è quella che attribuisce tutto il proprio modo di essere e di comportarsi al passato, all’ infanzia oppure ai condizionamenti subiti dalla propria famiglia. Sicuramente l’educazione, la famiglia o le ferite subite nelle relazioni sono fattori che influenzano il corso degli eventi, ma tutto questo dipende da come si utilizzano le esperienze. Qualunque sofferenza uno abbia potuto provare, qualunque difficoltà si possa incontrare, c’è sempre la possibilità di scegliere. Scegliere come utilizzare quella esperienza frustrante o limitante per farne una risorsa, per poterla adoperare nella propria vita; ci sono moltissimi esempi di persone che potremmo in apparenza definire “sfortunate” per condizioni familiari o economiche che hanno saputo trasformare quelle esperienze in apprendimento e vitalità. Così come ci sono altrettante persone in apparenza baciate dal successo e dalla fortuna che si sono ritrovate a condurre esistenze vuote e insoddisfacenti.

L’ iperadattamento all’altro, equivale alla rinuncia di essere liberi, e di apprendere da se stessi e dai rapporti, per vivere sterili abitudini. All’improvviso si scopre che le esperienze sono passate sotto il naso senza aver sperimentato nulla di se stessi; ci si è tenuti ben lontani dal coinvolgimento, preferendo accettare acriticamente quello che “passava il convento”. Un altro ostacolo che impedisce frequentemente di effettuare dei salti di qualità nella propria vita consiste nel rimanere a guardare dallo spioncino dell’esistenza piuttosto che fare esperienza diretta. Quando si impara a distinguere il sapere per sentito dire ed il comprendere attraverso l’esperienza, allora accadrà un cambiamento molto prezioso: è la dinamica del “non accontentarsi”, di indossare abiti di seconda mano. Non si può conoscere una persona solo perché viene descritta da qualcuno, come non si può comprendere una dimensione emotiva solo perché l’ha provata qualcun altro. È necessario passare attraverso l’esperienza; solo in quel caso si può dire di aver compreso realmente, e quella comprensione diviene un bene prezioso che nessuno può sottrarci poiché va a far parte di un proprio modo d’essere e di sentire.

Allora e solo allora si può dire di aver sperimentato l’incontro. Delle volte il sapere per sentito dire diventa un anticipare la propria conoscenza delle cose e al tempo stesso un proteggersi dalla paura della incomprensione; ed allora ci si può ritrovare ad avere come unica capacità quella di “saper dire solo quello che si è sentito dire”. Per quanti libri si possano leggere, per quante informazioni più o meno obiettive si possano raccogliere, nulla può essere sostitutivo del confronto con l’esperienza. Con questo non si vuol dire che chi legge o si tiene informato stia automaticamente sostituendo la conoscenza con l’esperienza, anzi bisogna sottolineare che la lettura sia un veicolo utilissimo per ampliare i propri orizzonti ed orientarsi in modo più significativo. Vi è però una bella differenza tra sentire racconti di chi ha viaggiato o ha incontrato e scambiato e permettersi in prima persona l’avventura dell’incontro. Ed allora riuscire a prendere le distanze da ciò che “circola” in giro vuol significare uscire dalla moda del pensiero collettivo e del consenso.

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  • Salute e Benessere

    La vita è magnifica. Solo se si è in grado di coglierne la bellezza. Per farlo abbiamo bisogno che il nostro corpo e la nostra mente siano in grado di cogliere tale magnificenza: questi sono infatti gli unici strumenti che abbiamo per percepire la realtà. O almeno la nostra realtà.

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