Benessere e Salute a portata di Click

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Perdere peso senza sforzo: le ultime trovate 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

Come ogni anno i mesi che precedono l’estate sono quelli in cui si concentrano la maggior parte degli sforzi per cercare di ritrovare la linea in vista della prova costume.

Si inizia a eliminare i carboidrati (specialmente pane e pasta), i dolci, i grassi; e magari si prosegue iscrivendosi in palestra oppure  correndo al parco vicino casa. Obiettivo: eliminare i chili di troppo. Nulla di male in questo se non fosse che la concentrazione degli sforzi in poco tempo non può che portare frutti effimeri rispetto a un atteggiamento costante e continuativo nel corso di tutto l’anno.

In ogni caso, tra le ultime scoperte riguardanti la perdita di peso ce ne è una che sembra possa dare conforto a chi soffre particolarmente nel ridurre le proprie razioni di cibo a tavola. Secondo uno studio pubblicato su “New scientist”,  un gruppo di ricercatori britannici, coordinato da Suzanne Higgs dell’università di Birmingham, ha dimostrato che ricordare nitidamente quel che si è mangiato nel pasto precedente riesce a ridurre l’appetito e il desiderio di mangiare. E nel momento in cui si è a tavola la concentrazione sul piatto che si sta mangiando (magari evitando di guardare la tv), può aiutare ad aumentare il nostro senso di sazietà.

Dall’Australia invece arrivano buone notizie per coloro che desiderano perdere peso senza rinunciare ai piaceri della buona tavola:  un gruppo di ricercatori sostiene infatti che si possa dimagrire senza toccare le calorie. “Basta” manipolare le cellule grasse, per accelerarne il metabolismo.
Una ricerca pubblicata su “Pnas” potrebbe invece incoraggiare la produzione di farmaci per bruciare i grassi e aiutare a combattere il diabete. Lo studio ha dimostrato che i topi a cui era stato rimosso l’Ace (enzima di conversione dell’angiotensina), divenivano il 20% più leggeri dei loro compagni avendo fino al 60% in meno di grasso corporeo.

Attualmente esistono già farmaci che bloccano l’azione dell’Ace nell’uomo e vengono usati per combattere l’ipertensione. Quest’ultima ricerca potrebbe favorire la messa a punto di pillole per perdere peso senza troppe rinunce.

Bisognerà capire se uomini e topi reagiranno alla stessa maniera.

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Ansia e Attacchi di Panico: Richieste d’aiuto 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

Chi si rivolge allo psicologo per affrontare problemi di ansia e panico molte volte ha già alle sue spalle un iter medico travagliato, fatto da iniziali richieste di aiuto nei centri di pronto soccorso, per poi approdare alla consulenza di neurologi e cardiologi. I sintomi, spesso identici a patologie fisiche, portano il paziente ad essere convinto d’essere portatore di crisi cardiache o respiratorie, con la sensazione di correre gravi rischi di salute fino alla paura di una morte imminente.

Vi è la percezione, dunque, di un’entità esterna alla persona stessa che appunto attacca, disturba, talvolta “a ciel sereno”, in altre parole senza nessuna causa apparente, attraverso i suoi sintomi: in questo senso i sintomi somatici sono dati concreti che possono essere toccati con mano.

Si può dire che la persona che soffre di ansia e panico sperimenta la sofferenza attraverso la sua carne, i suoi respiri soffocati, la debolezza che talvolta porta allo svenimento dei sensi; il cuore batte all’impazzata ed i brividi e le vampate di calore attraversano il corpo ad ondate.

Ecco il resoconto di Enrica, una giovane donna di trent’anni che aveva consultato uno psicologo per un disturbo di attacco di panico:

La prima volta che ebbi un attacco di panico, fu due anni fa. Stavo passeggiando con due amiche per una strada del centro, quando iniziai ad avvertire dei leggeri giramenti di testa. Inizialmente non mi preoccupai, pensavo che il mio corpo non fosse ancora pronto per il caldo delle prime giornate estive e che, con tutta probabilità, la folla del sabato pomeriggio accentuava quel senso di spossatezza.

Pensai di avere un calo di pressione e mi sedetti all’ombra a prendere un gelato. Dopo un breve intervallo mi resi conto che le cause del mio malessere non avevano niente a che vedere con l’ambiente esterno.

I sintomi adesso erano ben diversi. Stavo male. Non si trattava più di un vago senso di confusione ma di qualcosa di molto più forte. Sentivo le gambe perdere la loro solidità e tremare quasi come se non riuscissero a sostenere il peso del corpo, credevo – senza neanche rendermi conto d’essere seduta – che avrebbero ceduto da un momento all’altro, facendomi crollare per terra.

Avvertivo la presenza degli estranei che mi circondavano sempre più vicina, aumentavano di numero, si spingevano verso di me, togliendomi l’aria. Respiravo con difficoltà, respiri sempre più brevi e rapidi; il cuore mi batteva molto velocemente continuando ad aumentare il suo ritmo.

Mi invase una paura infinita, ebbi la certezza che di lì ad un attimo sarei morta, “alla prossima accelerazione -pensai- avrò un infarto”. Non riuscivo a dire niente, tanto il respiro era strozzato, e l’angoscia mi pervadeva. Sentivo che stavo per scoppiare, che il mio cuore o la testa o tutt’e due sarebbero esplosi, mi sarebbe venuto un ictus.

Attorno a me c’erano solo sagome confuse, che quasi mi schiacciavano e nessuna presenza alleata; non avvertivo né, tantomeno, vedevo la presenza delle mie amiche; sentivo di essere completamente sola, abbandonata a me stessa. Sentivo che la testa mi stava per esplodere: se non fossi morta sarei, di certo, impazzita.

Quando ritornai lucida le mie amiche mi dissero che erano sempre state lì accanto a me e che continuavano a chiedermi cosa sentivo, a tenermi la mano. Mentre mi portavano al pronto soccorso i minuti sembravano interminabili. La fui visitata d’urgenza; il medico mi fece sdraiare sul lettino e controllò con attenzione il battito, il respiro, la pressione del sangue e i riflessi degli arti, ma non ne dedusse niente di significativo; il mio corpo era in piena salute.

Fu allora che cominciai a riprendere il controllo di me stessa; mi sentii improvvisamente sollevata, sembrava che del malore terribile che avevo appena provato non restasse alcuna traccia. Il medico diagnosticò un malore dovuto ad eccessivo stress, mi consigliò di riposarmi un po’ e di cercare di rallentare il ritmo delle mie giornate.

Dunque si trattava solo di questo: dovevo disdire qualche impegno e tutto sarebbe andato perfettamente, il mio corpo non aveva nulla che non poteva essere risolto con una semplice vacanza.

Nei mesi successivi però feci in ogni modo molti controlli specialistici e consultai altri medici spiegando i sintomi di quella che credevo essere una malattia terribile, che covavo silenziosamente; certamente, quello che mi era successo era un chiaro segnale che il mio corpo inviava per allertarmi, dovevo scoprire la malattia e debellarla. Temevo di avere un altro attacco da un momento all’altro, che mi avrebbe paralizzata o resa pazza.

I medici continuavano a confermare la mia piena salute e a rassicurarmi. Per qualche tempo tutto ciò riusciva a tranquillizzarmi; poi tornavo a cercare nuove opinioni e verifiche.

Nel giro di due anni ebbi numerosi attacchi di panico, i sintomi erano sempre gli stessi, mentre la paura di subirli cresceva, invadeva tutta la mia vita, impedendomi d’essere serena e autonoma. Avevo bisogno di essere accompagnata ovunque, se mi trovavo da sola in un posto sconosciuto avevo il terrore di sentirmi male da un momento all’altro. Ben presto queste sensazioni dominarono la mia vita: il lavoro mi risultava faticoso, la relazione con il mio partner era in crisi.

Mi sentivo senza via d’uscita: decisi allora, sotto consiglio del mio medico di base, di rivolgermi ad uno psicologo, benché avessi molta paura di consultare uno specialista in problemi psicologici.”

La sensazione di trovarsi in una via senza uscita- le situazioni cul de sac è il vissuto più penoso di chi soffre di ansia e attacchi di panico e spesso è accompagnato dall’idea di un fallimento personale che invade ogni situazione vitale.

Ma cosa significa “soffrire di ansia” se non si prova a collegarli ai rapporti ed ai contesti che la persona esperisce?

Molte persone lamentano enormi difficoltà nell’affrontare i rapporti affettivi; vivono cercando di supplire ad un cronico senso di vuoto interiore, e si impediscono di trarre piacere dall’esistenza.

Sempre un numero maggiore di individui si vede separato da se stesso e dai contesti che vive: non riescono più a sentirsi realizzati nella propria vita, arrivano al lunedì mattina al lavoro aspettando e sperando che il tempo voli per potersi riposare il fine settimana, per poi ricominciare tutto da capo.

Molti vivono relazioni amorose stancamente; accettano tutta una serie di compromessi nella paura di rimanere soli, rinunciano ai propri sogni nella consolazione di essere persone realistiche; ed alla fine perdono di vista ciò che per loro stessi conta veramente.

Quando una persona non è attenta alla relazione che vive con i suoi pensieri, le sue emozioni, ed alla direzione che ha verso l’esterno, succede che perda la sensazione di essere in contatto con il mondo; ma il legame tra l’individuo e il suo habitat – gli ambienti sociali che vive- è indissolubile.

Ognuno di noi ha sperimentato nella propria vita quanto sia importante il rapporto con il mondo esterno e quanto possa essere significativa l’esistenza solo in presenza del rapporto con l’altro: immaginare la persona come entità distaccata da una realtà sociale è un’astrazione così come è inesistente l’immagine di un quadro senza il suo sfondo.

E’ per questo che dovremmo sempre tenere ben a mente quanto sia significativa sul piano esistenziale la dimensione del legame.

Da un certo punto di vista gran parte di ciò che ci permette l’evoluzione personale è data dalla possibilità dell’incontro con l’altro; nel momento in cui siamo implicati in un coinvolgimento emotivo con chi ci sta di fronte allora abbiamo accesso ad una dimensione conoscitiva che implica il prendere atto della concretezza della vita.

Generalmente una delle sfide più difficili da affrontare la sperimentiamo quando siamo bloccati nelle relazioni e ci sembra di non poter “essere compresi dal mondo”; ed allora in quel preciso momento si è portati a pensare di poter prescindere dal rapporto con gli altri e di poter fare a meno del confronto con l’esterno.

Può accadere nella propria esistenza di arrivare ad un certo punto dove diventa inevitabile fare i conti con la propria dimensione interiore, di sentire di essere portatore di un malessere psicologico che rende faticoso ogni atto, anche il più semplice.

In genere la dichiarazione più eloquente di questo vissuto penoso viene espressa pienamente in affermazioni del tipo: “la vita è un peso” ed essa spesso è connessa alla sensazione che nulla da più piacere.

Il tempo sembra aver operato una perdita di contatto con le proprie emozioni e con la realtà, all’interno della quale il passato appare un paradiso perduto; sono i momenti in cui ci si sente persi, senza direzione e tale perdita di punti di orientamento è tanto profonda, personale ed essenziale che a nulla vale il sostegno e l’affetto altrui.

Sono i momenti in cui le “terapie naturali” come la famiglia, gli amici, il proprio partner, sembrano non reggere più; ed allora ci si sente soli rispetto alle proprie frustrazioni e alle proprie scelta.

Qual è il problema principale? Cosa impedisce all’uomo di potersi realizzare, di poter svolgere il lavoro in maniera creativa o ampliare i propri orizzonti per poter vivere in maniera stimolante?

Quanti riescono a fermarsi per poter riflettere e rendere possibile l’incontro con se stessi ?

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Pensare le priorità 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

Chi si adatta rinuncia a pensare; anzi si può dire che sono due funzioni che si escludono a vicenda: il pensare ha come presupposto la libertà di mettere in relazione cose non collegate in precedenza, mentre chi aderisce fa cose pensate da altri. In termini più semplici, riuscire ad individuarsi, a scoprire se stessi significa sostanzialmente farsi carico interamente della propria esistenza: è però importante dire che sebbene consenta di conferire valore e qualità alla propria esistenza, questa conquista ha un “costo” psicologico molto elevato.

Se in alcune fasi dello sviluppo umano è indispensabile dipendere in maniera quasi simbiotica dall’altro (basti pensare al bambino con la madre, ad esempio), arriva un momento in cui è indispensabile iniziare a fissare degli obiettivi, operare le scelte in base ai propri desideri ed alle proprie priorità. Certamente si può anche scegliere di vivere “assecondando” le tendenze altrui e grosso modo possiamo ritenere che chi accetta questa sottomissione rivela la difficoltà della propria affermazione individuale. Se, infatti, aderire esclude la facoltà di scegliere, è anche vero che decidere per se stessi significa anche assumersi pienamente le responsabilità del fallimento e della disapprovazione altrui.

È pur vero che la libertà di scegliere e perseguire i propri obiettivi significa centrare la propria esistenza sulle esigenze personali, anziché su quelle degli altri. In una cultura profondamente cattolica lavorare “per gli altri”, sacrificarsi per gli obiettivi altrui, risulta essere un atteggiamento di vita molto simile a quello auspicato dai dettami religiosi: l’altruismo incondizionato. Per lo stesso motivo ad alcune persone accade, infatti, che nel scegliere, o avere dei propri obiettivi, scatena sensi di colpa; come se questo fosse sinonimo di egoismo e di irriconoscenza. In questi casi, nel tentativo di eludere il senso di colpa, spesso si ricorre a delle finte giustificazioni. Sono molte le persone che si portano dietro un pesante fardello e si impediscono qualunque sviluppo personale; quelle stesse persone che accampano scuse di ogni tipo per rimanere ancorati ad una realtà mediocre nel timore di ogni più piccolo cambiamento.

Ancora una volta le giustificazioni per non mettersi in gioco, per non rischiare, per non affrontare desideri legittimi che appaiono come pretese irrealizzabili giungono facilmente alla mente: molti si cullano nella fantasia di essere intrappolati nell’educazione fornita dalla propria famiglia e che, se non fosse per la madre troppo oppressiva o per l’educazione troppo rigida, la loro esistenza sarebbe meravigliosa. Il meccanismo è ancora una volta quello dello “spostamento” delle responsabilità: non è colpa mia se perseguo i miei obiettivi lavorativi, ma del ruolo professionale che rivesto; non sono io ad essere intrusiva con mio figlio, fa parte dei compiti di madre; e viceversa: non sono io a determinare la mia vita, ma i miei genitori con i loro condizionamenti. Si può dire che quando l’individuo si trova ad azzerare se stesso spostando sulla realtà esterna tutte le sue difficoltà interiori, e perdendo di vista le sue potenzialità, commette un errore che impedisce qualunque cambiamento.

È il caso del cliente che sostiene di sentire che tutte le porte gli si chiudono e lui si ritrova escluso da ogni relazione sia lavorativa che affettiva. È chiaro che sul piano della realtà non esistono porte chiuse o porte aperte ma solo occasioni e potenzialità da sviluppare, ma se si rimane intrappolati nella convinzione che l’esterno ce l’abbia con noi allora diventa impossibile ogni evoluzione. La logica che sta dietro allo “spostamento” dalle difficoltà interne a quelle esterne può essere facilmente comprensibile se si segue la logica che sta dietro a questa modalità di costruzione dei legami relazionali: è più semplice “incolpare”, seppur indirettamente, qualcun altro, che riconoscersi come unica vera causa delle proprie insoddisfazioni; così come risulta spesso più comodo trincerarsi dietro finti ostacoli, piuttosto che rischiare in prima persona di fallire.

La realtà è un’altra: la famiglia c’entra fino ad un certo punto nella vita che si decide di vivere; al di là dell’educazione ricevuta si possono sempre operare delle scelte individuali, e si può riflettere su come utilizzare le esperienze passate. Inoltre nessuna famiglia è perfetta; se si avvertono degli ipotetici limiti nei propri parenti è perché si ha in mente un’immagine astratta della famiglia ideale. Anzi, a pensarci bene, lo stesso concetto di perfezione è disumano e anche abbastanza noioso. Non si può vivere nell’idea della perfezione, come non si può essere liberi da difetti, eppure si è condizionati molto spesso da modelli che parlano di perfezione; prevale la convinzione che ci sia la donna o l’uomo perfetto, il lavoro perfetto, la vita perfetta. Di conseguenza succede che si rimane puntualmente delusi dal riscontro con la realtà.

Una visione superficiale della psicoanalisi è quella che attribuisce tutto il proprio modo di essere e di comportarsi al passato, all’ infanzia oppure ai condizionamenti subiti dalla propria famiglia. Sicuramente l’educazione, la famiglia o le ferite subite nelle relazioni sono fattori che influenzano il corso degli eventi, ma tutto questo dipende da come si utilizzano le esperienze. Qualunque sofferenza uno abbia potuto provare, qualunque difficoltà si possa incontrare, c’è sempre la possibilità di scegliere. Scegliere come utilizzare quella esperienza frustrante o limitante per farne una risorsa, per poterla adoperare nella propria vita; ci sono moltissimi esempi di persone che potremmo in apparenza definire “sfortunate” per condizioni familiari o economiche che hanno saputo trasformare quelle esperienze in apprendimento e vitalità. Così come ci sono altrettante persone in apparenza baciate dal successo e dalla fortuna che si sono ritrovate a condurre esistenze vuote e insoddisfacenti.

L’ iperadattamento all’altro, equivale alla rinuncia di essere liberi, e di apprendere da se stessi e dai rapporti, per vivere sterili abitudini. All’improvviso si scopre che le esperienze sono passate sotto il naso senza aver sperimentato nulla di se stessi; ci si è tenuti ben lontani dal coinvolgimento, preferendo accettare acriticamente quello che “passava il convento”. Un altro ostacolo che impedisce frequentemente di effettuare dei salti di qualità nella propria vita consiste nel rimanere a guardare dallo spioncino dell’esistenza piuttosto che fare esperienza diretta. Quando si impara a distinguere il sapere per sentito dire ed il comprendere attraverso l’esperienza, allora accadrà un cambiamento molto prezioso: è la dinamica del “non accontentarsi”, di indossare abiti di seconda mano. Non si può conoscere una persona solo perché viene descritta da qualcuno, come non si può comprendere una dimensione emotiva solo perché l’ha provata qualcun altro. È necessario passare attraverso l’esperienza; solo in quel caso si può dire di aver compreso realmente, e quella comprensione diviene un bene prezioso che nessuno può sottrarci poiché va a far parte di un proprio modo d’essere e di sentire.

Allora e solo allora si può dire di aver sperimentato l’incontro. Delle volte il sapere per sentito dire diventa un anticipare la propria conoscenza delle cose e al tempo stesso un proteggersi dalla paura della incomprensione; ed allora ci si può ritrovare ad avere come unica capacità quella di “saper dire solo quello che si è sentito dire”. Per quanti libri si possano leggere, per quante informazioni più o meno obiettive si possano raccogliere, nulla può essere sostitutivo del confronto con l’esperienza. Con questo non si vuol dire che chi legge o si tiene informato stia automaticamente sostituendo la conoscenza con l’esperienza, anzi bisogna sottolineare che la lettura sia un veicolo utilissimo per ampliare i propri orizzonti ed orientarsi in modo più significativo. Vi è però una bella differenza tra sentire racconti di chi ha viaggiato o ha incontrato e scambiato e permettersi in prima persona l’avventura dell’incontro. Ed allora riuscire a prendere le distanze da ciò che “circola” in giro vuol significare uscire dalla moda del pensiero collettivo e del consenso.

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Esplorare il nuovo, per vivere pienamente 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

In ogni momento si può uscire dalla logica di pensiero che ci porta a stare dentro l’idea di crogiolarsi nel dolore di non avere alternative, e di non poterne creare.

Molte persone sono letteralmente terrorizzate dalle alternative; rimangono impigliate nei modi abituali di pensiero, finiscono per incontrare sempre le stesse persone, frequentare gli stessi ambienti, guardare la vita con gli stessi occhi.

Contemporaneamente esse avvertono la vita come terribilmente noiosa, ripetitiva: sono le persone che si lamentano spesso del fatto che si fanno sempre gli stessi discorsi, che si vedono sempre le stesse facce, che la vita è una serie di ripetizioni senza alternative.

Bisogna invece poter valorizzare le proprie emozioni, poterne capire il senso all’interno delle relazioni che affrontiamo.

Dobbiamo iniziare a pensare in termini di sviluppo di potenzialità seguendo criteri di eccellenza, e questo vale per tutti quanti; non è necessario occupare posti lavorativi prestigiosi, o avere capacità artistiche ed intellettuali eccezionali, ma è indispensabile porsi come obiettivo lo sviluppo di se stessi, capire che ognuno può spostare più in là il proprio orizzonte, smettendo di accontentarsi di arrivare in un porto sicuro.

Perché questo atteggiamento diventa il successo maggiore che si può ottenere, la sfida più grande che si può affrontare, dove il vero fallimento non esiste se non si rimane accecati dalla paura di rischiare.

La domanda da porci in questi casi è se si sta procedendo coraggiosamente nella propria vita, o se ci ritroviamo ad effettuare bilanci di convenienza rispetto alle proprie scelte.

Non è certamente un interrogativo semplice: solitamente i bilanci il più delle volte sono menzogneri, e raramente descrivono la verità dell’individuo; talvolta si pensa di affrontare certi problemi mentre in realtà si sta svicolando da tematiche più scottanti.

Ragionare per “entrate ed uscite” ci impedisce di esprimere se stessi, di  essere presenti con il proprio corpo e la propria mente, riflettendo sul rapporto con l’altro.

Se provate a riflettere sull’etimologia della parola alternativa scoprite qualcosa di straordinario: deriva dal termine latino alter, che significa altro e diverso.

L’alternativa è, quindi, qualcosa di altro rispetto ad una realtà data. Da un lato abbiamo ciò che è stato determinato, assegnato e conosciuto in quel contesto, dall’altro lato c’è qualcosa di nuovo, e ignoto; che deve essere osservato e capito.

In altre parole l’esistenza di un’altro ci pone di fronte al problema della paura delle novità, di ciò che è sconosciuto, che richiede impegno e coraggio per essere compreso.

Potremmo affermare che ogni volta che l’individuo inizia a prendere il considerazione l’altro, diverso da sé, entrano in campo delle forze che scuotono inevitabilmente delle dimensioni interne, delle corde importanti per entrare in relazione con ciò che ci circonda.

Ogni volta che ci permettiamo di essere scossi da realtà diverse riusciamo in realtà ad alimentare la nostra anima e ad emozionarci rispetto al nuovo.

Quando incontriamo una persona che evita “i turbamenti” causati dalle novità, possiamo essere certi che siamo di fronte ad una persona impaurita che cerca di proteggersi da ciò che non conosce.

Le strategie utilizzate possono consistere nel rimanere ancorati ad una specie di confronto continuo con le vecchie esperienze: e’ il caso di quelle persone che quando compiono un viaggio non riescono a fare a meno di paragonare quei posti con il luogo da cui provengono e che conoscono bene; oppure di quelli che nel campo delle relazioni sono tentate continuamente di cercare similitudini tra le persone che rientrano nel loro mondo. In altri termini tentano di riportare lo sconosciuto alla dimensione conosciuta, di sintetizzare la nuova esperienza tramite vecchi linguaggi.

Recita un vecchio proverbio che chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova, ed in parte è realmente così.

Questo non dice nulla sul fatto che la vita dell’individuo che compie strade nuove sia in maggior pericolo rispetto all’individuo prudente: se è vero che cambiare strada significa iniziare percorsi sconosciuti, tuttavia non vuol dire affatto che la via conosciuta sia più sicura.

Sentite cosa afferma Pablo Neruda  in questi versi:

” Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colori dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,  proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomento che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccoli dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.”

Possiamo dire che quando la prudenza diviene un tratto nevrotico vi è l’impossibilità di sperimentarsi poiché si sente l’accortezza come unica ancora di salvezza rispetto ad un mondo pericoloso e spietato.

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Tag: atteggiamento, capacità artistiche, dimensione, emozioni, esistenza, giorno, individuo, la vita, lavoro, logica, Muore, occhi, Pablo Neruda, paura, pensiero, Psicologia, realtà, relazione, relazioni, rispetto, senso, sentimenti, termini, vita, vivere

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Compiacere e Sedurre 0

Posted on giugno 05, 2009 by admin

Una delle tematiche più importanti nell’animo umano è quella di sentirsi accettati dagli altri, sentirsi accolti nella propria identità per poter esprimere se stessi.

Se la paura di essere isolati diviene una dimensione cronica nella propria esistenza, una strategia per affrontare questo rifiuto, che possiamo avvertire da parte del mondo, può prendere la forma di una costante seduzione da proporre nelle relazioni come fonte di conferma della propria identità personale.

È come se si tentasse di confermare la pretesa di piacere a chiunque ricevendo ovviamente rifiuti che rafforzano la pretesa stessa.

La seduzione forzata è una seduzione che non ammette disconferme; essa si basa sulla difficoltà a credere, ad avere fiducia nella propria identità fisica e psicologica, e se questa mancanza viene avvertita come intollerabile, allora può capitare che questo tipo di gioco diventi lo sfondo di tutte le relazioni.

In un antico testo iraniano del 1200 “Il verbo degli uccelli” attribuito al poeta ‘Attar viene espressa con grande enfasi l’angoscia del sentirsi insufficienti:

“C’è chi desidera l’antico amore e chi uno nuovo, chi cerca tesori e chi due soldi, e tutti distolgono il loro cuore da ciò che realmente posseggono. Hanno il mare dentro di sé e implorano una goccia da altri!”.

Tale condizione è confermata dallo stesso sistema sociale rispetto soprattutto al femminile; così scrive in un interessante libro la psicologa Clara Coira nel “il denaro nella coppia” rispetto all’immagine della seduzione del femminile:

“La concezione della donna come oggetto è presente negli uomini, nelle donne e nel sistema sociale. La troviamo, per esempio, in quegli uomini che esibiscono le donne come trofei…L’idea di donna oggetto è presente anche in quelle donne che si offrono sul mercato del consumo…Sono quelle donne che arricchiscono le profumerie con la speranza illusoria di rispondere al modello di bellezza imposto e preteso dall’uomo…..Sono le stesse donne che giorno dopo giorno arricchiscono i chirurghi plastici (stranamente quasi sempre uomini), che rincorrono il ringiovanimento in superficie con l’idea fissa che esso permetterà loro di conservarsi l’amore di un uomo…”

La visione della seduzione come potere nasconde spesso dinamiche emozionali legate ad una insicurezza rispetto a se stessi: in tal caso il corpo viene utilizzato come strumento per provocare, per condurre a sé, per essere visti, nella paura eterna di passare lungo la strada della vita inosservati.

Prendere in considerazione il corpo come vissuto soggettivo è una operazione complessa perché riporta ad una dimensione simbolica del proprio essere che si esprime costantemente nel vivere sociale: basti pensare a tutte le metafore che vengono utilizzate nel linguaggio comune e che veicolano il senso dell’esperienza quotidiana nei contesti più disparati.

La persona che ha tatto, quella che non guarda in faccia nessuno, o quella che preme per avere ciò che vuole, sono solo alcuni dei numerosissimi esempi che si possono fare per indicare il modo in cui il corpo viene proiettato nella vita di relazione.

Si può capire allora che ciò che interessa è far luce, all’interno del lavoro psicologico clinico, sul corpo non come struttura biologica oggettivabile e misurabile, ma come esso viene esperito e proposto nel mondo.

Chi si occupa di psicologia sa bene che è l’immaginario che accende il corpo, che lo forgia nei suoi molteplici atteggiamenti.

Si può affermare che il mondo immaginario di un individuo si esplicita nella postura, ed essa può raccontare il modo di rappresentarsi e di essere presente a se stesso.

Scoprire questo mondo ci induce a confrontarci con aspetti più ampi e profondi del proprio sentire, aspetti talvolta primitivi e regressivi ma che svelano emozionalità intense.

Se per alcuni versi non possiamo svincolarci dal nostro essere fisico, riuscire a darne un senso vuol dire coglierne i confini e comprendere il modo in cui ci relazioniamo con esso.

Non è raro incontrare una dimensione di vergogna e di vulnerabilità  cui ci si sente esposti nel pensare al proprio corpo e questo è comunicato nell’espressione del “sentirsi nudi” o dell’ “essere stati scoperti”.

Coloro i quali vivono nel terrore di questa esperienza emotiva si ritrovano ad evitare tutte quelle condizioni in cui ci si può sentire esposti al giudizio dell’altro;  cosi facendo ergono difese che  vietano il contatto con la vita esterna.

Nell’istante in cui però si passa attraverso il riconoscimento di questa paura, lì dove evidentemente vi è un nucleo di frattura rispetto alla propria identità, allora si può smettere di vivere in maniera scissa l’esperienza della relazione e di portare avanti un’immagine di sé  in maniera difensiva.

Chi scopre per la prima volta di non dovere agire in maniera coatta la propria seduzione ritrova il proprio senso di appartenenza a se stesso, e ciò che conta di più,  restituisce la propria affermazione esistenziale attraverso l’ unità con la propria verità più profonda.

Ed allora la conquista del mondo non è più una necessità, poiché non c’è più nulla che debba essere posseduto; oggetto di interesse diviene lo scambio reciproco e attraverso questo si sviluppano processi di trasformazione continua.

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Tag: amiche, biologica, Clara Coira, concezione della donna, difficoltà, dimensione, donne, emotiva, esistenza, forza, giorno, identità, individuo, la prima volta, la vita, lavoro, logica, paura, Psicologia, relazione, relazioni, rispetto, seduzione, senso, Sessualità, Siv, sociale, strategia, uomo, vita, vivere

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    La vita è magnifica. Solo se si è in grado di coglierne la bellezza. Per farlo abbiamo bisogno che il nostro corpo e la nostra mente siano in grado di cogliere tale magnificenza: questi sono infatti gli unici strumenti che abbiamo per percepire la realtà. O almeno la nostra realtà.

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